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Alfonso La Marmora

Alfonso La Marmora
Alfonso La Marmora nelle opere letterarie Libri in lingua inglese

Biografia Puntare sul cavallo

Penultimo della folta prole nata dalle nozze celebrate nel 1780 fra il capitano Celestino Ferrero, marchese della Marmora, e Raffaella, figlia del marchese Nicola Amedeo Argentero di Rasezio, Alfonso nasce a Torino il 17 novembre 1804. Segue la tradizione di famiglia abbracciando subito la vita militare con l'ingresso, a soli dodici anni, nell'Accademia Militare di Torino. Ne esce nel 1822, avviandosi ad una brillante carriera militare.

Dopo una permanenza in Prussia per studiarne l'organizzazione dell'artiglieria, su incarico di Carlo Alberto riorganizza quella piemontese dando vita, tra l'altro, ai reparti speciali di artiglieria a cavallo. Tenuto in grande considerazione dalla famiglia sabauda, è precettore del futuro re Vittorio Emanuele II e di Ferdinando di Savoia.

Nel 1848, col grado di Maggiore, si distingue nella prima guerra d'indipendenza con l'assedio di Peschiera e nella battaglia di Custoza; subito dopo gli viene riconosciuto il grado di colonnello. Promosso generale, è nominato ministro della guerra e della marina militare nei governi Perrone e Gioberti.

Dopo la disfatta di Novara è inviato a Genova dove è esplosa un'insurrezione popolare antimonarchica che egli reprime con la forza guadagnandosi la reputazione di "cannoneggiatore del popolo". Nel 1849 è nuovamente ministro della guerra, carica che conserverà per circa dieci anni nel corso dei quali compie un'opera di radicale trasformazione dell'esercito piemontese modernizzandolo, riorganizzando lo Stato Maggiore, riformando il codice militare. Nello stesso anno Alfonso La Marmora pubblica il suo scritto "Un episodio nel Risorgimento italiano".

Nel 1855 gli è affidata la spedizione in Crimea, che per lui rappresenterà un'esperienza dal duplice significato: se da un lato, infatti, al suo rientro è accolto da eroe, con tutti gli onori del caso, con la promozione a generale d'armata ed onorificenze, dall'altro quella spedizione ha significato la perdita del fratello Alessandro, da lui chiamato al comando dei suoi bersaglieri, colpito inesorabilmente dal colera.

Nel 1859 è chiamato a far parte del quartier generale del re e guida l'esercito nella seconda guerra d'indipendenza. Dopo l'armistizio di Villafranca e le sdegnate dimissioni di Cavour, Vittorio Emanuele gli affida l'incarico di formare un nuovo governo. Insieme al suo ministro delle Finanze, Quintino Sella, compie una energica azione di risanamento delle finanze del regno.

Tornato Cavour alla presidenza del consiglio dei ministri, nel 1860 è governatore di Milano e, l'anno successivo, dopo l'assunzione, da parte di Vittorio Emanuele II, del titolo di re d'Italia (17 maggio 1861) è inviato, quale prefetto e comandante generale delle truppe ivi stanziate, a Napoli, dove rimane per tre anni impegnato a fronteggiare le rivolte di popolo ed il brigantaggio.

Il 28 settembre 1864 Alfonso La Marmora è capo del governo: si allea con la Prussia e, nel 1865, avvia la terza guerra d'indipendenza contro l'Austria, lasciando la presidenza del consiglio a Ricasoli. Il triste epilogo della guerra, con la sconfitta di Custoza, nel 1866, lo induce ad abbandonare la vita politica. Si dimette da Capo di Stato Maggiore e si ritira a vita privata, eccetto una breve parentesi, fra il 1870 ed il 1871, quando accetta la luogotenenza di Roma, dopo la presa della città.

Nel 1877 pubblica un'altra sua opera, "Segreti di Stato nel governo costituzionale".

Alfonso La Marmora si spegne a Firenze, il 5 gennaio 1878, all'età di 74 anni. Alfonso ed Alessandro rimangono i due generali che hanno innovato le forze armate superando i modelli settecenteschi e introducendo la velocità di movimento e d'azione, l'uno ottimizzando l'utilizzo dei cavalli, l'altro quello delle potenzialità atletiche dei soldati. Insieme agli due fratelli generali, Carlo Emanuele ed Alberto, hanno dato prestigio e lustro alla famiglia scolpendone indelebilmente il nome nella storia d'Italia.

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