Biografie

Tito Livio

Tito Livio

Biografia La storia, maestra di vita

Tito Livio (sconosciuto il suo cognomen, indicato in latino come Titus Livius Patavinus  e in inglese come Livy) nasce, secondo San Girolamo, il 59 avanti Cristo a Padova (allora Patavium). La famiglia è di condizioni agiate, come dimostra la sua formazione culturale eccellente: per completare gli studi, infatti, si trasferisce a Roma, dove entra in contatto con Augusto, che tra l'altro lo chiama "pompeiano" a causa della sua tendenza a preferire i repubblicani (lo riporta Tacito, che riprende a sua volta un discorso di Cremuzio Cordo). A dispetto delle differenti posizioni, in ogni caso, l'amicizia tra Augusto e Tito Livio si rivela salda, al punto che l'imperatore affida all'amico l'educazione di Claudio, suo nipote e futuro imperatore.

Nel frattempo, Tito Livio si dedica alla scrittura degli "Ab Urbe condita libri", destinati a celebrare Roma e, naturalmente, il suo impero. La raccolta viene iniziata nel 27 avanti Cristo, e si compone di ben 142 libri all'interno dei quali viene raccontata la storia della città sin dalla fondazione, avvenuta nel 753 avanti Cristo, e fino alla morte di Druso, risalente al 9 avanti Cristo.

Redatta in forma annalistica, l'opera probabilmente avrebbe dovuto concludersi con gli ultimi otto libri, per arrivare a un totale di 150, in maniera tale da arrivare al 14 dopo Cristo, anno della morte di Augusto.

Successivamente divisi in gruppi da dieci libri, i volumi degli "Ab urbe condita" sono andati per la maggior parte persi. Oggi ce ne rimangono solo trentacinque: la prima, la terza e la quarta decade, oltre a cinque libri appartenenti alla quinta. Ciò che sappiamo degli altri libri deriva da Periochae, riassunti e frammenti. I libri attualmente in nostro possesso, nello specifico, descrivono la storia di Roma fino al 292 avanti Cristo, e avvenimenti importanti come la seconda guerra punica, la conquista della Grecia, la conquista della Gallia Cisalpina e la vittoria a Pidna di Lucio Emilio Paolo.

Lo stile utilizzato da Livio alterna narrazione e cronologia storica, interrompendo il racconto per intervenire con l'elezione del nuovo console, il metodo usato a quei tempi per contare gli anni. Il compito dello storico, che nella sua opera esalta i valori che hanno contribuito a costruire la Roma eterna denunciando il peggioramento dei costumi della sua epoca, risulta particolarmente difficile a causa del sacco di Roma compiuto dai Galli nel 390 avanti Cristo. Egli, inoltre, in qualità di privato cittadino non ha la possibilità di accedere agli archivi, e pertanto deve accontentarsi di materiali e documenti elaborati da altri storici: di fonti secondarie, insomma. Per questo motivo diversi storici di oggi credono che Livio abbia voluto narrare le stesse vicende in una versione storica e in una versione mitica, così da permettere al lettore di decidere quale fosse la più verosimile.

E' chiaro che l'importanza dell'opera liviana non deve essere individuata nell'attendibilità storica, o addirittura scientifica, del suo lavoro, ma piuttosto nel valore letterario, anche perché si può criticare il metodo di utilizzo delle fonti: non documenti originali, ma solo fonti letterarie.

Anche se la maggior parte dei libri è stata redatta sotto l'impero di Augusto, gli "Ab urbe condita" sono stati identificati come favorevoli ai valori repubblicani, e indicativi di un desiderio di restaurare la repubblica. A proposito delle convinzioni politiche dell'autore, in ogni caso, non ci possono essere certezze definitive, proprio perché - come detto - i libri relativi al periodo di Augusto sono stati persi. L'imperatore Augusto, comunque, non viene mai disturbato dalle opere di Tito Livio. Tacito, per altro, riferisce che lo storico, tenendo conto delle sue origini provinciali e aristocratiche, secondo un animo conservatore e tradizionalista ammirava molto Pompeo, mostrando rispetto anche verso Cassio e Bruto, avversario di Cesare. Nessun problema per la corte augustea, anche perché lo stesso Augusto a quei tempi è interessato a presentarsi non come erede di Cesare, ma come restauratore della repubblica.

L'obiettivo di Livio non è ripercorrere le orme del greco Tucidide, creando un'opera scientificamente valida, ma semplicemente dare vita a un'opera gradevole che contenga notizie sulla storia di Roma. Stilisticamente, questa intenzione si traduce in un allontanamento dalla chiusura ravvisabile, per esempio, in un Polibio. La storia, maestra di vita sotto il profilo morale ("magistra vitae"), permette di indicare alla società romana contemporanea un modello da seguire, così da riuscire a tornare alla potenza del passato.

Nostalgico dei tempi che furono, Livio attribuisce ai protagonisti della sua opera caratteri paradigmatici, trasformandoli in tipi: una vera e propria drammatizzazione che fa parlare i personaggi con discorsi diretti, discorsi creati in maniera fantasiosa e non secondo verità oggettive dal punto di vista storico. Livio rifiuta di imitare Sallustio e l'impianto monografico del suo "Bellum Catilinae": sceglie, invece, una via più romanzata. Nessun vaglio critico delle fonti, nessun desiderio di riempire i vuoti della tradizione storiografica, nessuna impostazione scientifica: semplicemente, lo storico preferisce una tradizione culturale rispetto a un'indagine critica.

Autore anche di diversi scritti retorici e filosofici, tutti andati persi, Livio pone al centro della sua opera una forte motivazione etica. Egli ritiene che la crisi delle istituzioni che sta interessando l'Urbe sia dovuta all'allontanamento dai valori della tradizione. Così come Sallustio, insomma, egli ritiene che la crisi di Roma sia morale: non dovuta alla corruzione dei soli nobili, come crede il primo, ma alla decadenza morale globale.

Vale la pena di sottolineare che sono poche le notizie certe a proposito del profilo biografico di Tito Livio. Stando a quanto riporta Quintiliano, Asinio Pollione rilevava in lui la cosiddetta "Patavinitas", vale a dire una peculiarità padovana (traducibile come "padovanità"): essa potrebbe sottintendere da un lato una certa patina linguistica, eredità della sua origine provinciale; dall'altro lato un moralismo piuttosto accentuato, caratteristico dell'abitudine conservatrice della zona veneta.

Anche per quel che riguarda la data di morte non si hanno notizie certe. Lo storico Ronald Syme, per esempio, la anticipa di cinque anni rispetto al 17 dopo Cristo comunemente indicato, ma anticipa dello stesso periodo anche la data di nascita: il motivo è che Girolamo collega la nascita dello storico alla nascita di Messalla Corvino, che di sicuro vide la luce prima del 59 avanti Cristo. Si tratta, tuttavia, di un errore dovuto probabilmente alla quasi omonimia tra i consoli del 64, Cesare e Figulo, e quelli del 59, Cesare e Bibulo.

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