Messaggi e commenti per Luciano Spalletti

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Domenica 20 gennaio 2019 10:40:39

Ma per quale motivo giocatori come lautaro Keita o altri li mette in campo spesso a 10/15 minuti dal novantesimo. Se un allenatore vuole vincere bisogna inserire prima certi giocatori altrimenti non ne vale la pena e anche il giocatore stesso alla lunga inizia a soffrire e perde autostima. Spalletti secondo me con questi atteggiamenti non sarà mai un vincente... un bravo allenatore sì ma mai vincente... bisogna azzardare di più.

Martedì 7 agosto 2018 14:51:53

Ho sognato una favola. Il monologo di Spalletti. Conferenza stampa inventata ai tempi della prima Roma di Spalletti.
(Rivolto ai giornalisti).
"Credetemi, io capisco che voi abbiate criteri di orientamento saldamente ancorati a certi modi di funzionare del mondo del calcio, ma davvero per me non è così."
Luciano Spalletti, più del solito simile ad un pulcino implume, cerca di fronteggiare timidamente la folla di giornalisti presenti alla conferenza stampa indetta dopo settimane e settimane in cui la Roma ha stupito e fatto parlare di sé per il suo gioco spumeggiante e per la sua allegria.
"Non è vero che il mio obiettivo è quello di allenare il Real Madrid o il Milan e di guadagnare quanti più miliardi è possibile. Certo, anche questo può divenire inevitabile e alla fine non sarebbe neanche da buttare via, ci mancherebbe altro. Ma proprio perché non si può avere tutto dalla vita e bisogna anche accontentarsi. Però non è quello che mi interessa più di ogni altra cosa. Se vogliamo, almeno in parte, sto già bene ora nella Roma, perché stanno accadendo alcune cose che rispondono molto alle mie esigenze ed è più facile che, ad esempio, i ragazzi in campo si divertano e si diano le botte in testa quando segnano come se fossero al liceo. E' così tutta la settimana. A tratti, non sempre naturalmente, sembra scomparire da loro persino quell'aria da divi e quella spocchia che tante volte i calciatori affermati, anche per difendersi, assumono. Io non so se mi stia capitando di vivere una circostanza fortunata dove un po' tutti diventiamo creativi perché ci attraversa, senza capirlo fino in fondo, qualcosa di speciale. La curva sud si inventa il po-po-popò che poi fa il giro del mondo e diventa l'inno di gioia di ogni stadio; abbiamo al vertice della società una giovane donna che con il suo sorriso lascia meno spazio alle abituali rudezze di questo nostro mondo; siamo privi di attaccanti e ci inventiamo un gioco dove tutti vanno negli spazi e la squadra diventa una macchina imprevedibile e divertente nella quale tutti fanno goal. Viene quasi da pensare che forse tutte le certezze sulle quali fino ad oggi abbiamo costruito squadre di calcio, compresi i miliardi per acquistare i giocatori migliori e gli alti stipendi, non siano più incontrovertibili. Volete un esempio? Io ci credo che Mexes e Chivu non abbiano al centro dei propri pensieri quello di andare a giocare al Real Madrid o al Barcellona. Ci credo perché li conosco e capisco che hanno voglia di giocare, di divertirsi, e di stare in un clima di amicizia dove sia possibile, comunque, in qualche modo, anche vincere e guadagnare bene. Non è detto, dunque, che percepire un miliardo in più all'anno sia l'unico elemento che motiva le loro scelte. Certo, queste loro disposizioni sono fragili, hanno bisogno di essere sostenute per risultare poi decisive nel momento delle scelte, deve essere tutto l'universo Roma a rendersi consapevole di vivere una sorta di favola reale e nessuno deve essere lasciato solo perché non ce la farebbe. Voglio dire, cioè, che se nella Roma non si sviluppa la consapevolezza di vivere una grande opportunità e non si lavora coerentemente per la sua realizzazione, Mexes o Chivu finiranno per essere come tutti gli altri: come Cannavaro, come Zambrotta, come Emerson. E se ne andranno.
Ho letto recentemente un articolo di Lino Cascioli sul Corriere dello Sport, nel quale si parla di un modo vecchio di fare calcio. Mi è sembrato che lui definisse vecchio lo stesso fatto di spendere miliardi e miliardi per approntare una squadra e quindi vecchi e superati (calcisticamente parlando) gli stessi Abramovich, Berlusconi e Moratti, abituati a credere che spendere molto sia l'ingrediente insostituibile del successo.
Il calcio nel quale tutti corrono senza palla e sanno che saranno trovati negli spazi liberi che ci sono sempre nel campo, quale che sia la tattica difensiva degli avversari, ha un grande futuro e ci farà scoprire cose nuove. Certo, oltre ad un buon livello tecnico dei giocatori, occorre tanta generosità ed anche in questo la Roma sembra essere stata toccata da un destino insolito e meraviglioso. Voi non sapete quanto sia grande la generosità di Perrotta, di Taddei, di Mancini, che associano la disponibilità a fare con la qualità dei loro gesti atletici; non sapete come questi ragazzi sappiano mettere all'ultimo posto l'idea di apparire, più degli altri compagni, protagonisti sul palcoscenico del campo ed abbiano invece il chiodo fisso della gestione collettiva di ogni situazione. Anche questo è un regalo che ci siamo ritrovati o forse è vero che, in determinate circostanze, tutti i ragazzi sono così, basta chiederglielo e fargli capire che è una cosa bella.
Certo, per il calcio che la Roma sta interpretando non potrebbero essere adatti giocatori anche di grande classe, ma, come dire, un po' narcisi. Non perché si debba fare del moralismo perché poi ognuno è quello che è e l'importante è che sia in pace con se stesso. Il problema è che il narciso, anche incantevole a vedersi, fa fatica a capire che il soggetto principale della situazione non è lui ma la squadra. E questo ci riporterebbe subito all'antico. Si, in qualche modo sto dicendo che Ronaldinho non va bene se vogliamo cambiare il calcio e farlo diventare una vera ragione di gioia. Questa idea di mettersi lì, sull'out sinistro ad attendere che arrivi il pallone come si attende un autobus ed iniziare da lì a fare giochi mirabolanti è antico e superato; potrà continuare a vincere se nessuno avrà il coraggio di puntare su altre modalità di gioco. Noi, nel nostro piccolo siamo la testimonianza vivente che tale possibilità esiste. Un'azione travolgente tutta giocata di prima con la palla a terra da cinque-sei-sette giocatori della nostra squadra, è molto più bella del più raffinato colpo di tacco di un grande campione. Anche noi abbiamo un giocatore che appartiene alla categoria dei mostri sacri del calcio: Francesco Totti. Ma a lui è stato chiesto di prestarsi al nostro gioco e la sua semplicità d'animo, il suo grande amore per la squadra e per la città hanno fatto il resto. Condizioni irripetibili o almeno rare.
No, credetemi, i soldi per me e per questi ragazzi non sono tutto. E non sono, soprattutto, la ragione essenziale per restare qui o andare via".
Il silenzio sembra ormai riempire definitivamente la sala; se Spalletti smettesse di parlare forse non ci sarebbero nuove domande per lui, nessuno avrebbe la capacità di formularle.

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