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Frasi di Bruno Vespa

Venerdì 9 aprile 2021 20:55:27

Ho 76 anni e mia ha stupito la sua affermazione su astrazenica non so lei con cosa si è vaccinato io al 24 aprile sarò della partita astrazenica ma le assicuroi con tanta paura sono cardiopatico ho uno stent alla carotide ho avuto una ischemia silente mi è stata rilevata con tac alla carotide sotto sottoposto a cura anticoagulante al mio posto sarebbe così tranquillo e oltretutto se rifiuto mi punirebbe mettendomi in fondo alla lista sono anziano tanto preoccupato e oltretutto punito dott io pago le tasse come chi è vaccinato phaizer vedi i medici perchè io no cordialità

Giovedì 8 aprile 2021 12:01:35

Risparmio energetico e conformità urbanistica


Signor Vespa, ho pensato di rivolgere ai politici un appello e di farlo giungere tramite lei che ha possibilità di contattarne tanti. Vivo a Roma e il condominio in cui abito ha deliberato di realizzare il cosidetto "cappotto" delle facciate accedendo al bonus del 100% per il risparmio energetico. Si tratta di un appalto importante, relativo a tre palazzi di dieci piani.. Come sa tale provvidenza è concessa a condizione che ci sia la conformità urbanistica dell'edificio. Nel mio condominio sono state realizzate alcune chiusure di balconi, a volte con affaccio interno, con vetrate che sono considerate aumento di volumetria dell'appartamento. Al riguardo mi chiedo se non sia possibile riaprire i termini di una sanatoria che consentirebbe agli interessati di mettersi in regola, alle imprese edili di lavorare e al Governo di destinare le somme introitate per incrementare i fondi da destinare alle categorie economiche e alle persone maggiormente colpite dall'attuale crisi. Grazie Silvana

Giovedì 8 aprile 2021 11:50:02

Covid-19. Prima ondata. Una storia


Sig. Bruno Vespa buongiorno.
Da abruzzese a abruzzese, stamane ho avuto l'istinto di inviarle questo messaggio.

Oggi, 8 aprile, è passato un anno dalla mia pubblicazione - sulla pagina Facebook del paese - della lettera che trascrivo a fine e-mail.
Era giovedì santo e esattamente il giorno di Pasqua, il 12 aprile, mio padre sarebbe morto (ma a me piace pensare che in quel giorno non si possa che resuscitare), dopo circa quattro settimane intubato.

Erano i giorni della famigerata "prima ondata" e il virus si trovava per lo più in Lombardia; dalle nostre parti si sentiva poco o niente riguardo a ipotetici contagi, forse un paio di casi, ma che di certo non riguardavano il piccolissimo paese che di lì a poco sarebbe diventato la prima (e unica) zona rossa della provincia di Chieti.

Il tutto ebbe inizio il 5 marzo 2020 con la morte del "leggendario" proprietario dell'unico bar (un'attività di famiglia, avviata prima della seconda guerra) del paese, Maurizio, ma nessuno pensò al virus, piuttosto si ipotizzò un infarto. Un paio di giorni dopo, avuti i risultati del tampone voluto preventivamente dai familiari (Maurizio comunque aveva avuto febbre e gestiva un bar, per cui, dato che quotidianamente si sentivano notizie sul virus meglio sincerarsi) il buon Maurizio divenne la prima vittima abruzzese del coronavirus. Immediatamente fu il panico.
Da quel giorno iniziò un calvario e, da parte mia, sentii addosso tutto il significato della settimana santa, la sua essenza che, se con il terremoto de L'Aquila, non troppi anni prima, mi aveva dato molto su cui riflettere, adesso che il virus lo avevo dentro (e non a distanza di duecento chilometri come nel caso del terremoto) non riuscivo nemmeno a pensare; paura, ansia, malessere, un terribile senso di impotenza: queste sono alcune delle sensazioni che ricordo lucidamente... insieme a un soffocante senso di colpa (perché quelli che accusano non mancano mai).

Poche settimane dopo ci trovammo in ospedale (in camere/settori diversi) io, con flebo più o meno continue perché non riuscivo più a mangiare (e non so dire quanti chili abbia perso), il mio compagno con l'ossigeno e mio padre intubato.

Fortunatamente me la cavai con pochi giorni di ricovero (una settimana circa, il tempo di reidratarmi credo dacché la mia polmonite non peggiorò) ma, rientrata a casa (a Lanciano), ebbi tutto il tempo di vivere nella solitudine più totale (nessuno poteva venirmi a trovare perché uscii dall'ospedale ancora positiva e a quei tempi i tamponi erano meno veloci) "il martirio" toccato a papà, fino alla sua morte... anzi, al suo funerale, del quale ebbi testimonianza grazie ai pochi amici (per lo più affacciati ai balconi) che mi inviarono foto e video dal paese mentre il carro funebre lo portava al cimitero.

Caldari era diventata un cimitero di guerra ed ebbi modo di capire sulla mia pelle perché nonn' Alfredo, quando durante l'adolescenza gli chiedevo della sua esperienza in guerra, in alcuni punti si fermava e, distogliendo lo sguardo, mi diceva: "'scti còos è mejie ca tu nin li sié" ("queste cose è meglio che tu non le sappia").

Mi chiedevo che cosa quegli occhi lucidi avessero visto... ad oggi mi chiedo che cosa il suo cuore avesse "sentito" e se mai, in mezzo a quell'inferno, nello stesso momento in cui lo viveva, avesse avuto il tempo di "sentirlo"... ma il ricordo lo avrebbe accompagnato per tutta la vita e col tempo forse avrebbe deciso di censurare le sensazioni peggiori che "a distanza" invece riusciva a oggettivare o, quantomeno, di non rivelarle a una nipote sedicenne... e forse sarà così anche per la generazione che ha vissuto il Covid-19, soprattutto per chi lo ha visto da vicino... da troppo vicino: rimarranno ricordi che a tratti toglieranno il respiro... e le parole.

Attualmente vivo con la consapevolezza che nonostante tutto siamo stati fortunati: poteva andare peggio, molto peggio...

Ho deciso di inviare la lettera che l'anno scorso scrissi nel giro forse di una settimana (durante i momenti della giornata in cui stavo meglio) perché da circa un anno sento quotidianamente parlare di "numeri" ma se mi fermo un istante a pensare, "scopro" che dietro a ognuno di quei numeri c'è un essere umano che se ne va, una vita, un progetto... c'è una storia: questa è quella di mio padre.
E mi auguro che un giorno ci sarà un'occasione per raccontare, un modo affinché coloro che hanno vissuto questo tipo di terrore possano lasciare la propria testimonianza alle generazioni future, così come i miei nonni hanno fatto con me.

Cordialmente,
Francesca Radico

LA LETTERA

Al mio paese. Con affetto.

Una storia.

Ciao Caldari.
Sono Francesca, la nipot di “Vincenz di Bonóm” e di “Alfred di Zulù”, la nipot di “lu Ddiégh” e di “Lisett”... nonché la fij di “Marij di Bonóm” e di “Duminicúcc’ di lu Ddiégh” ;)

Quello che è successo a Caldari ha dell’incredibile, io stessa ci sono dentro dall’inizio del mese di marzo; e tutt’ora, risultati alla mano, non ci posso credere.

Quando il nostro Maurizio è venuto a mancare, mio padre aveva già la febbre; dal giorno prima ci aveva detto (a me e mia sorella) di non stare troppo bene.
Giovedì 5 marzo, come tutti i giovedì, sono da lui.
La notte prima Maurizio ci lasciava, e la mattina in cui arrivo in paese, un’ombra si è già posata sui tetti, scivola sulle mura e investe gli abitanti. Si respira tristezza. Caldari è in lutto.

Salita in casa, mio padre era rosso in volto e con gli occhi lucidi (quelli tipici con cui mamma mi diagnosticava la febbre) e, come ogni anno nel periodo marzo-aprile, ho pensato: «Ecco qua, al solito si è beccato un malanno per quel suo vizio di uscire fuori senza giacca, dopo essere stato davanti al caminetto acceso». Non parlammo della sua febbre ma della dipartita di Maurizio.

Mia sorella e io, a cuor leggero, ci preparammo ai turni d’assistenza: per risalire la legna, comprare qualcosa da mangiare, prendere le medicine necessarie e quant’altro; insomma, tutto quello che un figlio farebbe per un genitore influenzato; e che in realtà, a cadenza stagionale facciamo perché papà puntualmente si becca qualcosa!

Intanto passano un paio di giorni e la febbre di mio padre – come da copione - da trentotto scende sotto i trentasette, grazie a due Tachipirine 1000. Il giorno in cui si sa della positività di Maurizio al coronavirus, papà nel primo mattino non ha febbre, però già a metà mattinata si affacciano i decimi.

Ma facciamo un passo indietro.
Per chi conosce mio padre, sa che il suo carattere non è il massimo: burbero, pignolo, amante delle sue idee, non va mai da nessuna parte, non gli piace uscire, non gli interessa avere relazioni sociali, insomma, un mix di “asocialità”! Ma a tratti sa anche essere simpatico e socievole, dipende da come gli gira e, appunto per il suo modo di “fare il buono e il cattivo tempo”, così come ha voglia, non poche volte io mi ci attacco! ! … però alla fine resta sempre mio padre, un padre che, sotto quella “corazza burbera”, ha un buon cuore.

Attenzione: su quel “non gli piace uscire” mi soffermerei.

Da quando è cominciata tutta questa storia del Covid19 ci hanno insegnato che il coronavirus è “un virus sociale”, te lo pigli se stai in mezzo alla gente, se viaggi, tant’è che nei primi casi sospetti la domanda era: «È stato all’estero recentemente»? «È rientrato dalla Cina»?

La Cina? ? ! Il massimo dell’uscita “fuori le mura” di papà è congelata al 1961, quando andò militare a Monza; a quei tempi forse sì che qualche sospetto di aver contratto il virus ce lo poteva avere, visti i luoghi italiani dai quali è cominciato il contagio.
Attualmente la vita di Duminicucc’ si svolgeva entro un raggio di 200 m intorno a casa: la posta, la farmacia, il negozio di alimentari a due passi; forse il punto più lontano da casa era l’orto (più o meno 500 m) e altra sua meta era la casa di nonna Luisa in piazza (negli ultimi tempi ci stava spesso per la ristrutturazione di cui era orgogliosamente contento, più di me che l’avrei abitata; era solito ripetere: «Aggiusctà ‘scta ches nin è bel sol pi nu ma pi Caglier! »; il senso era: sarà una casa che tornerà ad essere aperta e che contribuirà a far sì che Caldari viva!). L’ultimo suo appuntamento era con l’acqua frizzante, sempre in piazza: un paio di volte a settimana per riempire la bottiglia.
Papà non è un tipo da bar, non è un tipo da chiesa (luoghi canonici dei gruppi più numerosi), e l’affollamento più concentrato è quello che trova mmezz a Caglier per le due chiacchiere quotidiane. Poi se ne torna a casa davanti alla televisione e alle 7: 30 di sera sta a letto (a vidé Bonolis o Gerry Scotti e dopo lu telegiornal … se non si addormenta prima).
Questa è la sua “socialità”. Non c’è altro.

Nonostante la consapevolezza della sua “ristrettezza sociale”, non appena si è saputa la notizia della prima positività a Caldari, che ha portato al “primo caso di decesso in Abruzzo” (così mi sembra di aver letto), ho chiamato il 1500 (e tutta la tombolata di numeri che mi è stata fornita).

Era sabato 7 marzo, e papà aveva la febbre già da circa tre giorni (una febbre ambigua che andava e veniva, restando su pochi decimi).
Ai numeri utili è stato spiegato (da me al 1500, poi da mia sorella agli altri numeri - per altro lei stava fisicamente a Caldari, così anche papà parlò con gli addetti al servizio telefonico): «Chiamo da un paese nella provincia di Chieti, in Abruzzo, dove da poco è stato accertato un caso di morte per coronavirus. Mio padre, un uomo di 80 anni che nel 1998 ha avuto un’embolia polmonare, ha una febbre ambigua, debolezza, e qualche colpo di tosse».

Le domande dall’altro lato della cornetta furono: «Suo padre ha avuto contatti con l’uomo deceduto? Fa fatica a respirare? ».
Naturalmente le nostre risposte sono state negative: mio padre non aveva avuto contatti con l’uomo deceduto né tantomeno faceva fatica a respirare, ragioni per cui, secondo loro, non aveva niente di grave. Bisognava solo tenerlo sotto controllo, “in osservazione”, a casa.

Passano altri tre giorni. I decimi non desistono. Papà è debole. Non ha appetito.
Martedì 10 marzo invio un messaggio alla dottoressa che ha in cura papà e lei non ci pensa due volte; mi dice: «Domattina passa da me che ti faccio l’impegnativa per raggi al torace “urgenti”; con quella ti devono far passare al pronto soccorso. Mettiti la mascherina e vai a prendere tuo padre». I medici curanti, già a quella data, non potevano più fare visite a domicilio.

Il giorno dopo faccio esattamente quanto raccomandato, ma al momento in cui indosso la mascherina e la metto a mio padre (dicendogli: «Qualunque cosa accada oggi, tu questa non te la togliere» - lui già mi aveva detto: «Che ci ha fa’ gne quess? ? ») penso (incredula, perché tu non ci vuoi credere che tuo padre abbia potuto contrarre il coronavirus, anche perché non riesci a capire “come” se lo sia potuto prendere: a Caldari, davanti casa): «Se papà ha il coronavirus, credo proprio che questa mascherina oggi non mi salverà». C’ero stata a contatto – anche se “a distanza di sicurezza” (coronavirus o meno, io – notoriamente - ho paura di tutte le malattie) - per tutto il tempo, e da quando era cominciata la febbre era passata già una settimana. Con l’inquietudine nel cuore, accompagno papà al pronto soccorso di Ortona: in ogni caso, di certo non lo potevo lasciare a casa così conciato (non riusciva quasi più a mangiare ed era chiaramente debilitato).

Arrivo al pronto soccorso. Ci mandano direttamente ai raggi. Gli addetti allo sportello, quando vedono l’impegnativa e sentono “Caldari” mi ridanno il foglio con la prescrizione, si disinfettano le mani (coperte da guanti) e ci rimandano al pronto soccorso, evidentemente contrariati.
Il responsabile dell’accettazione al pronto soccorso, adesso, fa entrare papà. Una veloce visita e di nuovo ai raggi, ma questa volta scortati dall’infermiere.
Fanno entrare mio padre, io aspetto fuori. Sento le voci: un vociferare che diventa sempre più simile a una discussione che si fa via via più concitata; di nuovo esce il nome “Caldari”, e sinceramente inizio a agitarmi… più di quanto non fossi.
Sento dire a papà di spogliarsi ma la discussione fra addetti si fa sostenuta: lo fanno rivestire e uscire dalla stanza dei raggi. Papà cammina un po’ a fatica, si sta riallacciando la maglia e stiamo tornando verso il pronto soccorso mentre mi chiede se quello che gli dovevano fare gliel’hanno fatto; io lo guardo sorridente (solo con gli occhi perché avevamo le mascherine), sapevo bene che i raggi non gli erano stati fatti e che lui mi stava prendendo bonariamente in giro, ma tra me e me, lentamente – e con paura - si faceva strada il presentimento che qualcosa non andava, soprattutto se provenivi da Caldari; l’equazione mi pareva semplice: “sintomi” + “Caldari” ꞊ “coronavirus”; ma il tuo cervello non vuole saperne, non vuole assolutamente prendere in considerazione che tuo padre si sia avvicinato così tanto al virus…
Guardo papà (ed era difficile mantenere il sorriso) e gli dico: «Pa’, intanto torniamo al pronto soccorso, tu n’dì preoccupà».

Siamo di nuovo al pronto soccorso. Papà entra, io aspetto fuori. Ore. Da sola.
A un certo punto, dopo la lunga attesa, un medico tanto alla buona, senza protezioni, mi chiama e mi dice il suo punto di vista: «Ho visitato papà e, data l’età, non mi sembra che abbia qualcosa di grave. Adesso non ha la febbre; ho auscultato il torace e sento un leggero creptìo ma, data l’età, non c’è da preoccuparsi. Lo terremmo qui in osservazione ma lui non vuole restare, quindi può mettere la firma e lo osserverete a casa. Intanto lo teniamo ancora un po’ qua. Impegnare un’ambulanza per fargli fare i raggi a Chieti mi sembra esagerato». Praticamente – avevo intuito – a Ortona non concedevano più l’accesso ai raggi ai “casi sospetti”, andavano tutti a Chieti … ma se papà era “sospetto” perché non poteva andare a Chieti?

Torno a sedermi in sala d’attesa. E penso.
La dottoressa mi aveva mandata lì per dei raggi al torace. Il medico di turno riteneva che non fossero necessari, ma mi aveva anche riferito di aver sentito un “leggero creptìo” nel torace.
Gli avevo detto che papà era scampato a un’embolia polmonare negli anni ’90 ma lui mi aveva rassicurata dicendomi che l’embolia non faceva testo, non era un problema. Tuttavia, da ignorante, io ero preoccupata: “il creptìo” nei polmoni c’era. Aspetto. Aspetto. Aspetto.

Sono le 14: 30.
All’improvviso la porta che divide il pronto soccorso dalla sala d’attesa si spalanca e un nuovo dottore (questa volta con guanti e mascherina) protesta a muso duro: «Ho un uomo dentro che non dovrebbe stare qui; è di Caldari e mi riferisce sintomi per i quali va seguita una procedura e non doveva stare qui! ! Chi è il suo medico curante? ? Poi mi sentirà! ! ».
Impressionata, davvero impressionata (fino a poco prima mio padre non aveva niente e se ne poteva tornare a casa) gli dico che la settimana prima si era provato a “seguire la procedura” e che proprio il medico curante mi consigliò di chiamare il 1500, il 118 e tutto il resto ma, per tutti i numeri contattati, papà non aveva niente di grave.
Alla mia risposta ribatte: «La settimana scorsa era diverso, adesso a Caldari sono successe “delle cose”. Ora chiamo il 118 e faccio venire a prendere suo padre».

A quel punto non volevo stare più sola. Era stata una mattinata logorante.
Erano ore che aspettavo, con i dubbi nel cervello e con la paura che saliva…
Chiamo mia sorella (che nel frattempo, dati gli ottimistici responsi del mattino, era andata a Caldari a preparare il pranzo), le dico le ultime “novità” e la prego di raggiungermi; avremmo seguito in macchina l’ambulanza del 118 fino a Chieti.
Arriva mia sorella – con la sua mascherina. Due chiacchiere. Di nuovo attesa.

Alle 15: 30 ecco l’ambulanza.
L’addetta al prendere in consegna l’ipotetico infetto, scende dal mezzo e entra nel pronto soccorso. Dopo pochi minuti escono: lei, davanti, nella sua tuta spaziale, fa strada a papà che la segue col suo passetto lento e con la mascherina ben posizionata sul volto.
Mentre segue “l’astronauta”, lui si volta e ci vede che lo osserviamo passare; si rivolge a mia sorella, fa per venire verso di lei e dice: «Eh! Pur tu sctì ekk? ! » … un momento di tenerezza infinita. Ma la ragazza che lo scortava, per quanto dai suoi occhi mi sembrasse dolce e paziente nell’assistere pure lei a quella scena - ferma sulla porta d’ingresso - probabilmente aveva fretta, per cui dico a papà: «Va’ pà che fors l’ambulanz n’zi po firmà tanta temp». Lui va.
Si siede al suo posto e la signorina gli allaccia la cintura di sicurezza.
Prendo istruzioni per il pronto soccorso di Chieti e, ancora sicura – benché impensierita - di riportare presto papà a casa, con mia sorella andiamo a prendere la macchina. Mai avrei immaginato che da allora, noi, papà non lo avremmo più visto. È l’11 marzo 2020. Mercoledì.

Il pronto soccorso di Chieti è vuoto, nessuno in sala d’attesa, e si può entrare solo uno alla volta.
Il ragazzo dietro al vetro mi dice di tornare a casa: la cosa sarebbe andata per le lunghe e non era il caso di restare nei paraggi dato il grande numero di contagiati che quotidianamente passa di lì.
Esco dall’edificio e riferisco a mia sorella. Siamo indecise, disorientate, non sappiamo che fare.
Aspettiamo un po’, con le nostre mascherine, nel parcheggio del pronto soccorso.
La nostra speranza è la fiammella di un fiammifero acceso nel buio… ma poi, alla fine, non lo sai più nemmeno tu che cosa stai sperando; sei già stanco, psicologicamente stanco, e non sai che quello è solo l’inizio, l’inizio di momenti terribili di attesa, di ansia, terrore, immobilità… di solitudine; l’essenza dello “sconosciuto”, della paura che fa quello che non si conosce, è concentrata tutta in un virus che ti penetra nella carne e nell’anima.

La sera stessa, la prima telefonata dal medico dell’infettivologia di Chieti: papà è grave. Polmonite bilaterale. Il dottore è certo che si tratti di coronavirus ma nel frattempo che si aspetta il tampone, papà è messo in una stanza, isolato. Penso: «così solo, isolato, costretto a letto, abituato com’è a fare quello che vuole - quando vuole - impazzirà».
Nel giro di quattro giorni la situazione precipita rovinosamente: papà alterna momenti di lucidità a momenti di perdita di coscienza, è preda di stadi soporiferi innescati dalla mancanza d’ossigeno; non si alimenta, ha sempre più bisogno d’ossigeno.

Sono momenti di dolore assoluto, di disperazione, di pianto, di perdizione e impotenza; non puoi fare niente, puoi solo aspettare anzi, “devi” aspettare. Una situazione inumana.

Da esseri umani quali siamo, non siamo predisposti alla “non azione”, noi “dobbiamo” agire, dobbiamo fare, siamo abituati a cercare la soluzione per il problema, ma in questo caso “il problema” è che non puoi agire; devi lasciare che il tempo faccia il suo corso, soprattutto non puoi avere fretta. “Pazienza” è la parola d’ordine.

Quando si era trattato di mia mamma, la sua malattia era stata certo dura da affrontare, ma lo si era fatto insieme: la si accompagnava in ospedale, la si andava a trovare quando era ricoverata, la si accompagnava per la riabilitazione; ci si poteva chiacchierare e litigare, la si poteva baciare, accarezzare, abbracciare… e Dio solo sa quanto siano importanti un abbraccio, una mano tenuta stretta, un bacio, una carezza: un solo sorriso può fare miracoli per un familiare ammalato… e per chi l’accudisce.
Nel caso di papà invece tutto si stava svolgendo con una velocità micidiale, spiazzante, e la cosa peggiore era (ed è) che non lo si poteva assistere, anzi, bisognava stargli lontano.

Riflettevo (e tempo per riflettere se ne ha davvero tanto, troppo): la situazione, nel caso del malato di Covid19, è questa: lui (il malato) è solo, tu sei solo. Ti fa compagnia il suo pensiero che costantemente ti gira nella testa, e la consapevolezza che, qualunque cosa accada, tu non puoi fare niente. Una percezione disarmante.

La personale condizione psicologica di tormento, angoscia e oppressione, si aggrava poi quando inizi a prendere confidenza col fatto che “probabilmente” tuo padre ha il virus e che “probabilmente” tu lo hai già dentro, e per questo devi stare lontano dal resto del mondo.
Ma tu non sai come fare, non sei preparato, o meglio, puoi adattarti a non uscire più di casa, a vivere isolato, ma come puoi isolarti e stare lontano da chi condivide la casa con te?
Come si fa? Come ci si organizza?
Privo di qualunque possibilità di difesa e senza soluzioni, devi trovare risposte ma non ne hai voglia, non hai voglia di “sistemare gli ambienti”, ma devi. Una sorta di “violenza su violenza” perché tu vuoi solo pensare a tuo padre, alla tua condizione di miseria morale e perdita di volontà.

È il 15 marzo. Domenica. Arriva la risposta del tampone: Domenico Radico positivo al Covid19.

Sai che in quell’attimo, anzi, a partire da quell’attimo, il tuo mondo fatto di fragili sicurezze costruite a fatica, è miseramente destinato a crollare; lo strazio è agghiacciante. Sai che non ti salverai, lo hai sentito per mesi ai notiziari, lo hai visto in tv: scene di una atrocità spaventosa ti hanno insegnato che “devi aver paura”, ti hanno parlato di morte e ti hanno inculcato che non c’è via di scampo. Questo è stato il messaggio arrivato ai nostri (o almeno al mio) cervelli dal tamburo battente mediatico.
Non riesci nemmeno a prendere in considerazione che, d’altro canto, se pur se ne parli poco, ci sono state delle guarigioni, tante… ma no, tu non riesci a pensarci e hai l’impressione di andare al patibolo (con la mia indole “tendente” all’ipocondria, la sensazione non poteva essere diversa).

Ma un impianto sentimentale già fatto a pezzi e a terra, non può più crollare; così, istintivamente, quel carico di amarezza, demoralizzazione e distruzione morale, paradossalmente ti sorregge quando stai per affrontare il peggio (se mai ci fosse poi una vera possibilità di distinzione del “peggio” in questa storia): sei libero di inorridire più di quanto tu non abbia già fatto, dal momento che hai i primi decimi di febbre e sai che anche tu svilupperai la malattia.

Sei distrutto da quello “che è già stato” e non fai in tempo ad aver paura per te stesso che già pensi di aver infettato chi ti è più vicino.

È più o meno scontato: quotidianamente condividiamo l’esistenza con le nostre famiglie (quelle d’origine e/o quelle che ci si costruisce poi) ; certo gli amici ci sono, ma giornalmente, “a stretto giro”, i punti di riferimento ci arrivano da un padre, una madre, un fratello, una sorella, un compagno, dei figli, insomma, il nostro mondo ruota attorno a una famiglia.
Bene, la ferocia del virus qui è spietata: la tua prima, più grande paura è quella di aver contagiato la/le persone alle quali tieni di più.

E questo non è niente se, nello stesso momento in cui stai soffrendo per un pensiero talmente crudele, pensi che potrebbero anche accusarti di aver “passato” la malattia ad altri perché non hai pensato che tuo padre – a Caldari - potesse avere il famigerato virus… che in quel momento stava a Lodi, a circa seicento chilometri di distanza. Tu lo dovevi prevedere che tuo padre – che non è mai uscito dal suo quartiere – potesse aver contratto il virus mortale.
Sì, inevitabilmente le accuse arrivano e ti lacerano il petto. Ma questa è un’altra storia.

Ora: da quando papà è entrato in ospedale, non ci sono mai state date buone notizie sulla sua condizione. Avrebbero voluto evitargli la terapia intensiva per una questione di età, ma non hanno potuto farne a meno perché i suoi polmoni peggioravano di giorno in giorno.
Intubato da circa la metà di marzo, attualmente solo un miracolo lo salverebbe.

Spesso ripenso a quel suo terzo giorno di febbre, quando ci era stato detto di non preoccuparci: «è solo un raffreddamento da tenere sotto controllo, una normale influenza». Non mi sento di colpevolizzare, non ne ho la forza, alla fine si era tutti impreparati di fronte a un’emergenza della quale non si era capita – secondo me - la portata (e riconosco che io, in prima persona, non l’avevo intuita), ma non posso fare a meno di pensare che un essere umano, papà, sta perdendo la vita...
Mia sorella e io, consumate dal senso di colpa (perché poi tu, col famoso “senno di poi”, fai mille congetture sul come avresti potuto agire tempestivamente), ci siamo date una sorta di attenuante: se non lo avessi portato al pronto soccorso, un giorno lo avremmo trovato senza vita, in casa, chiedendoci il perché (papà non soffriva di gravi patologie, e non avremmo mai potuto immaginare che un 38 di febbre l’avrebbe ucciso).

Certo, non è che adesso io non mi chieda ugualmente “perché”; non è che sia riuscita a realizzare perché mio padre, che fino a due giorni prima si occupava dell’orto, della casa – anche quella in ristrutturazione! -, della sua Fiat 600, del garage con gli oggetti antichi ordinatamente esposti, dell’aceto “gne la mamm viecchij di cent’ann” e tutto il resto, stava poi, nemmeno una settimana dopo, “grave” in un reparto d’ospedale.

Durante la mia stessa degenza in ospedale andavo via via realizzando che Maurizio e papà avevano incubato il virus più o meno nello stesso periodo, ossia verso la fine di febbraio, forse Maurizio con qualche giorno di anticipo su papà. «Per cui», mi dicevo «il primo contagio dev’essere partito durante la seconda metà del mese, forse negli ultimi dieci giorni».
Ma poteva Maurizio essere stato il primo a contrarlo, oppure era solo stato il primo a “cadere” a causa di qualcosa che lo rendeva più vulnerabile alla malattia? In realtà, in quanti si erano contagiati senza mostrare i sintomi? Qual era il legame con papà?
Quante ipotesi nella mia testa ma, come è facile intuire, non è semplice ricostruire la dinamica di un contagio; un’epidemia arriva, non la prevedi, soprattutto se “il portatore del virus” è uno dei tanti asintomatici di cui tanto si parla.

I molti messaggi che arrivavano dal paese, con aggiornamenti che mi restituivano l’immagine di una Caldari da cimitero di guerra, accompagnavano le mie teorie; ragionavo e valutavo, cercando un movente, il perché di tante morti, il perché di tanta sofferenza: troppe persone erano entrate nell’orbita del virus a seguito dei primi casi. Insostenibile.
Mi chiedevo come fosse partito il disastro che stava spezzando i legami (almeno quelli terreni), che ci stava portando via gli affetti nella solitudine più nera.
Ma la risposta non la trovi, puoi solo pensare a quelle persone che hanno accompagnato la tua crescita e che adesso non ci sono più; gente genuina che, come ci insegna San Francesco, “con amore ed umiltà costruisce il proprio sogno”, perché di questo è fatta la popolazione di un piccolo centro abitato: di lavoro e gioie semplici “quelle che alla fine sono le più grandi”. Gente di cuore … e forse questo è il segreto, il fulcro di una comunità: l’affetto che lega tutti, incondizionatamente.
E se si entra a far parte di questo piccolo grande cerchio, è difficile non esserne condizionati: si diventa “paesani”, si diventa “callaris” …

E in virtù del mio essere “callares” mi ostinavo al voler risalire alla miccia che ha acceso l’incendio; ma poi, discutendo e ragionando, ho spesso sentito dire che recuperare il primo caso del contagio è pressoché impossibile. Sì, sarà vero… io sembra non abbia più certezze a riguardo… so solo che il mio “puntiglio” è connesso al sentimento, all’attaccamento alle mie origini: quando è colpita la propria terra, se tu quella terra te la senti dentro, sei irrimediabilmente coinvolto.

Il tempo scorre, e gli eventi, catastrofici o lieti che siano, non arrestano il suo incedere.
Dopo tanta dannazione arriveranno tempi migliori e già Caldari inizia il suo recupero con il ritorno a casa dei “vincitori”: espressioni concrete della lotta contro la malattia, della vittoria sul Covid19, un nemico che – ora lo sappiamo davvero - si può anche annientare.
Ci vuole carattere e forza di volontà, ma uscirne si può. E quando se ne esce dopo lunghe settimane di battaglia, la personale vittoria ravviva la luce della speranza di coscienze che non si accostano più alla flebile fiamma di un fiammifero ma avvicinano un fuoco che divampa illuminando di una nuova grazia gli occhi di coloro i quali assistono alla storia che si scrive.

Verranno tempi migliori sì, e arriverà anche il giorno in cui avremo modo di ricordare i nostri cari, coloro che abbiamo perso dentro il girone infernale nel quale siamo caduti; e li ricorderemo così, ad uno ad uno, come si conviene.

Sono lieta per chi è tornato, prego per chi è andato; prego e spero ancora per mio padre, consapevole della strada che ha intrapreso; ma nonostante la parola della scienza, non riesco a fare a meno di sperare. E so che se “lu virùs” non l’avesse colpito, sarebbe – come diceva lui - vissuto cent’anni come la sua mamma (anzi, a rigor di logica, di più, perché lui «è lu fij»!), dal momento che, comunque vada a finire, ad oggi sono più di venti giorni che è sedato e intubato … e più di un mese è passato da quando ha avuto i primi sintomi. La forza non gli manca.

Ti voglio bene Caldari, e ti abbraccio forte… alla faccia di un virus che ci vuole distanti.

Francesca Radico

Giovedì 8 aprile 2021 01:02:16

[Cassa integrazione]

Buonasera signor Vespa.
Le scrivo perché volevo precisare, rispetto a ciò che e stato detto nella trasmissione di porta a porta di oggi, che e stata detta una castronerie assurda e possibilmente di sentirla.
Un suo ospite ha asserito che in Italia e stata data la cassa integrazione che ha paragonato ai soldi dati in Australia per i dipendenti.
Ma scherziamo!
Li hanno dato circa 600 dollari la settimana.
Qui ci hanno dato 600 euro al mese.. Che non si paga nemmeno l'affitto.
La pregherei, se possibile, di darne comunicato in altro momento e di dire a quel signore di non dire bugie in tv.
La ringrazio e buon lavoro!

Giovedì 8 aprile 2021 00:50:16

[Aziende al collasso]

Dott Vespa rappresento i pirotecnici della campania precisamente area salernitana, siamo oltre 200 aziende lasciate allo sbando senza ristori e fermi da 1 anno e mezzo quasi nessuno ci vuol dare attenzione ci si rivolge a lei... non ci lasci soli...

Giovedì 8 aprile 2021 00:19:14

Gentilissimo dottor vespa le scrivo perché ascoltando la sua trasmissione di stasera 7 aprile sono inorridita sentendo che potevamo avere la comproprietà del vaccino astrazeneca e per 70 milioni di euro non l abbiamo fatto!!! Sono veramente allibita e mi chiedo ma le persone che erano prima al governo (e non le voglio nominare) non hanno sulla coscienza migliaia di morti e non devono essere perseguite penalmente secondo me è di una gravità inaudita!!! Io mi sono vaccinata x fortuna ed è stata veramente una fortuna perché il portale non funziona!!! Mi sono vaccinata il 3 aprile con astrazeneca e sono felicissima perché ho paura del covid e non del vaccino. Le vorrei anche chiedere se è giusto che qui a Grosseto (dove io abito) oggi ci sono 3 nuovi contagi nel comune ma è giusto stare in zona rossa??? La ringrazio e mi scuso per averla magari importunata ma il cittadino si deve far sentire secondo me cordiali saluti

Giovedì 8 aprile 2021 00:13:24

[Vaccini FVG]

Buona sera Dott. Vespa, nella sua trasmissione del 7 aprile c. a., come ospite c'è il presidente Fvg, Fedriga, Avrei voluto chiedere se è quando verranno vaccinati gli operai 80, visto che la mamma di mio marito non è stata ancora chiamata per la vaccinazione. Tengo a precisare che il 10 febbraio avevo fatto la prenotazione. Le sarei grata se potesse darmi una risposta. In attesa di una sua gentile risposta. Cordialmente
Maria Pia Vito

Giovedì 8 aprile 2021 00:10:10

[Amazon e affini]

Salve, potrebbe approfondire il concetto delle chiusure. In questo periodo di zona rossa siamo chiusi abbigliamento, gioielleria, estetiste, parrucchieri e ristoranti... Mentre i colossi come decathlon, obi, Leroy Marlen, footloker, vivai di piante... Aperti? Io ho un negozio di 90mq. Di abbigliamento e non capisco... In questi giorni di Pasqua questi posti erano pieni di gente... Potrebbe porre la domanda ai nostri politici che ci governano? Poi vorrei parlare della concorrenza sleale di Amazon e affini che non solo non chiudono ma non pagano le tasse... La ringrazio la seguo sempre!

Mercoledì 7 aprile 2021 23:22:59

Vaccino e trombosi


Buonasera
Ho 63 anni avuto due trombosi venosa profonda con ammanchi respiratori embolia ora un vaccino EstraZenica mi fa paura e io il vaccino lo voglio fare.
Grazie
Emilia

Buonasera
Ho scritto in precedenza.
Oltre alle trombosi appurato anche mutazioni genetiche che mi hanno provocato le trombosi.
Grazie per una segnalazione ai medici che. parlano alla Sua trasmissione.
Grazie
Emilia

Sabato 27 marzo 2021 13:03:21

Lettera aperta di Mons. Viganò a Trump


Buongiorno Dr. Vespa,

Le giro questa lettera aperta, pubblicata ad "IL GIORNALE" del 30 ottobre 2020. Le affermazioni del Cad. Viganò su quello che starebbe per accadere sono a dir poco raccapriccianti, e credo che essendo riferite da un'eminente personalità come quella del Card. Viganò, varrebbe la pena di approfondire sulla probabilità che le sue tesi possano essere attendibili. La ringrazio per l'attenzione che vorrà dedicare a questa notizia.

“Non obbediamo come macchine”: La lettera di Viganò a Trump

(DAL QUOTIDIANO “IL GIORNALE” DEL 30 OTTOBRE 2020)

Pubblichiamo la lettere integrale che Monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America ha scritto domenica al presidente Donald Trump e che è stata divulgata oggi.

LETTERA APERTA

al Presidente degli Stati Uniti d’America
Donald J. Trump

Domenica 25 Ottobre 2020
Solennità di Cristo Re
Signor Presidente,
mi consenta di rivolgermi a Lei, in quest’ora in cui le sorti del mondo intero sono minacciate da una cospirazione globale contro Dio e contro l’umanità. Le scrivo come Arcivescovo, come Successore degli Apostoli, come ex-Nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America. Le scrivo nel silenzio delle autorità civili e religiose: voglia accogliere queste mie parole come la «voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1, 23).
Come ho avuto modo di scriverLe nella mia Lettera dello scorso Giugno, questo momento storico vede schierate le forze del Male in una battaglia senza quartiere contro le forze del Bene; forze del Male che sembrano potenti e organizzate dinanzi ai figli della Luce, disorientati e disorganizzati, abbandonati dai loro capi temporali e spirituali.
Sentiamo moltiplicarsi gli attacchi di chi vuole demolire le basi stesse della società: la famiglia naturale, il rispetto per la vita umana, l’amore per la Patria, la libertà di educazione e di impresa. Vediamo i capi delle Nazioni e i leader religiosi assecondare questo suicidio della cultura occidentale e della sua anima cristiana, mentre ai cittadini e ai credenti sono negati i diritti fondamentali, in nome di un’emergenza sanitaria che sempre più si rivela come strumentale all’instaurazione di una disumana tirannide senza volto.
Un piano globale, denominato Great Reset, è in via di realizzazione. Ne è artefice un’élite che vuole sottomettere l’umanità intera, imponendo misure coercitive con cui limitare drasticamente le libertà delle persone e dei popoli. In alcune nazioni questo progetto è già stato approvato e finanziato; in altre è ancora in uno stadio iniziale. Dietro i leader mondiali, complici ed esecutori di questo progetto infernale, si celano personaggi senza scrupoli che finanziano il World Economic Forum e l’Event 201, promuovendone l’agenda.
Scopo del Great Reset è l’imposizione di una dittatura sanitaria finalizzata all’imposizione di misure liberticide, nascoste dietro allettanti promesse di assicurare un reddito universale e di cancellare il debito dei singoli. Prezzo di queste concessioni del Fondo Monetario Internazionale dovrebbe essere la rinuncia alla proprietà privata e l’adesione ad un programma di vaccinazione Covid-19 e Covid-21 promosso da Bill Gates con la collaborazione dei principali gruppi farmaceutici. Aldilà degli enormi interessi economici che muovono i promotori del Great Reset, l’imposizione della vaccinazione si accompagnerà all’obbligo di un passaporto sanitario e di un ID digitale, con il conseguente tracciamento dei contatti di tutta la popolazione mondiale. Chi non accetterà di sottoporsi a queste misure verrà confinato in campi di detenzione o agli arresti domiciliari, e gli verranno confiscati tutti i beni.
Signor Presidente, immagino che questa notizia Le sia già nota: in alcuni Paesi, il Great Reset dovrebbe essere attivato tra la fine di quest’anno e il primo trimestre del 2021. A tal scopo, sono previsti ulteriori lockdown, ufficialmente giustificati da una presunta seconda e terza ondata della pandemia. Ella sa bene quali mezzi siano stati dispiegati per seminare il panico e legittimare draconiane limitazioni delle libertà individuali, provocando ad arte una crisi economica mondiale. Questa crisi serve per rendere irreversibile, nelle intenzioni dei suoi artefici, il ricorso degli Stati al Great Reset, dando il colpo di grazia a un mondo di cui si vuole cancellare completamente l’esistenza e lo stesso ricordo. Ma questo mondo, Signor Presidente, porta con sé persone, affetti, istituzioni, fede, cultura, tradizioni, ideali: persone e valori che non agiscono come automi, che non obbediscono come macchine, perché dotate di un’anima e di un cuore, perché legate tra loro da un vincolo spirituale che trae la propria forza dall’alto, da quel Dio che i nostri avversari vogliono sfidare, come all’inizio dei tempi fece Lucifero con il suo «non serviam».
Molti – lo sappiamo bene – considerano con fastidio questo richiamo allo scontro tra Bene e Male, l’uso di toni “apocalittici”, che secondo loro esasperano gli animi e acuiscono le divisioni. Non c’è da stupirsi che il nemico si senta scoperto proprio quando crede di aver raggiunto indisturbato la cittadella da espugnare. C’è da stupirsi invece che non vi sia nessuno a lanciare l’allarme. La reazione del deep state a chi denuncia il suo piano è scomposta e incoerente, ma comprensibile. Proprio quando la complicità dei media mainstream era riuscita a rendere quasi indolore e inosservato il passaggio al Nuovo Ordine Mondiale, vengono alla luce inganni, scandali e crimini.
Fino a qualche mese fa, sminuire come «complottisti» coloro che denunciavano quei piani terribili, che ora vediamo compiersi fin nei minimi dettagli, era cosa facile. Nessuno, fino allo scorso febbraio, avrebbe mai pensato che si sarebbe giunti, in tutte le nostre città, ad arrestare i cittadini per il solo fatto di voler camminare per strada, di respirare, di voler tenere aperto il proprio negozio, di andare a Messa la domenica. Eppure avviene in tutto il mondo, anche in quell’Italia da cartolina che molti Americani considerano come un piccolo paese incantato, con i suoi antichi monumenti, le sue chiese, le sue incantevoli città, i suoi caratteristici villaggi. E mentre i politici se ne stanno asserragliati nei loro palazzi a promulgare decreti come dei satrapi persiani, le attività falliscono, chiudono i negozi, si impedisce alla popolazione di vivere, di muoversi, di lavorare, di pregare. Le disastrose conseguenze psicologiche di questa operazione si stanno già vedendo, ad iniziare dai suicidi di imprenditori disperati, e dai nostri figli, segregati dagli amici e dai compagni per seguire le lezioni davanti a un computer.
Nella Sacra Scrittura, San Paolo ci parla di «colui che si oppone» alla manifestazione del mistero dell’iniquità, il kathèkon (2Tess 2, 6-7). In ambito religioso, questo ostacolo è la Chiesa e in particolare il Papato; in ambito politico, è chi impedisce l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale.
Come ormai è evidente, colui che occupa la Sede di Pietro, fin dall’inizio ha tradito il proprio ruolo, per difendere e promuovere l’ideologia globalista, assecondando l’agenda della deep church, che lo ha scelto dal suo gremio.
Signor Presidente, Ella ha chiaramente affermato di voler difendere la Nazione – One Nation under God, le libertà fondamentali, i valori non negoziabili oggi negati e combattuti. È Lei, Caro Presidente, «colui che si oppone» al deep state, all’assalto finale dei figli delle tenebre.
Per questo occorre che tutte le persone di buona volontà si persuadano dell’importanza epocale delle imminenti elezioni: non tanto per questo o quel punto del programma politico, quanto piuttosto perché è l’ispirazione generale della Sua azione che meglio incarna – in questo particolare contesto storico – quel mondo, quel nostro mondo, che si vorrebbe cancellare a colpi di lockdown. Il Suo avversario è anche il nostro: è il Nemico del genere umano, colui che è «omicida sin dal principio» (Gv 8, 44).
Attorno a Lei si riuniscono con fiducia e coraggio coloro che La considerano l’ultimo presidio contro la dittatura mondiale. L’alternativa è votare un personaggio manovrato dal deep state, gravemente compromesso in scandali e corruzione, che farà agli Stati Uniti ciò che Jorge Mario Bergoglio sta facendo alla Chiesa, il Primo Ministro Conte all’Italia, il Presidente Macron alla Francia, il Primo Ministro Sanchez alla Spagna, e via dicendo. La ricattabilità di Joe Biden – al pari di quella dei Prelati del “cerchio magico” vaticano – consentirà di usarlo spregiudicatamente, consentendo a poteri illegittimi di interferire nella politica interna e negli equilibri internazionali. È evidente che chi lo manovra ha già pronto uno peggiore di lui con cui sostituirlo non appena se ne presenterà l’occasione.
Eppure, in questo quadro desolante, in questa avanzata apparentemente inesorabile del «Nemico invisibile», emerge un elemento di speranza. L’avversario non sa amare, e non comprende che non basta assicurare un reddito universale o cancellare i mutui per soggiogare le masse e convincerle a farsi marchiare come capi di bestiame. Questo popolo, che per troppo tempo ha sopportato i soprusi di un potere odioso e tirannico, sta riscoprendo di avere un’anima; sta comprendendo di non esser disposto a barattare la propria libertà con l’omologazione e la cancellazione della propria identità; sta iniziando a capire il valore dei legami familiari e sociali, dei vincoli di fede e di cultura che uniscono le persone oneste. Questo Great Reset è destinato a fallire perché chi lo ha pianificato non capisce che ci sono persone ancora disposte a scendere nelle strade per difendere i propri diritti, per proteggere i propri cari, per dare un futuro ai propri figli. L’inumanità livellatrice del progetto mondialista si infrangerà miseramente dinanzi all’opposizione ferma e coraggiosa dei figli della Luce. Il nemico ha dalla sua parte Satana, che non sa che odiare. Noi abbiamo dalla nostra parte il Signore Onnipotente, il Dio degli eserciti schierati in battaglia, e la Santissima Vergine, che schiaccerà il capo dell’antico Serpente. «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rm 8, 31).
Signor Presidente, Ella sa bene quanto gli Stati Uniti d’America, in quest’ora cruciale, siano considerati l’antemurale contro cui si è scatenata la guerra dichiarata dai fautori del globalismo. Riponga la Sua fiducia nel Signore, forte delle parole dell’Apostolo: «Posso tutto in Colui che mi dà forza» (Fil 4, 13). Essere strumento della divina Provvidenza è una grande responsabilità, alla quale corrisponderanno certamente le grazie di stato necessarie, ardentemente implorate dai tanti che La sostengono con le loro preghiere.
Con questo celeste auspicio e l’assicurazione della mia preghiera per Lei, per la First Lady, e per i Suoi collaboratori, di tutto cuore Le giunga la mia Benedizione.

God bless the United States of America!

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo Titolare di Ulpiana
già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America

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