Messaggi e commenti per Massimo Cacciari

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Venerdì 14 agosto 2020 06:04:43

Esimia Sua Chiarissima Eccellenza, professore emerito, Massimo Cacciari, nonchè Ex-Sindaco di Venise (Si ricorda che bel capolavoro era "Morte a Venise" di MANN, prima che la falsificassero nel contenuto? Come la Genesi della CEI, tenendo conto che, se ben ricordo, è uno degli incipit o comunque è ne " Il nome della Rosa " di Eco).
Non so se si ricorda di me, sono Renato Andolfato, vivo in Giappone a Tokyo da 29 anni oramai, piû di quelli mal-vissuti nel BELPAESE, che è anche il nome di un formaggio italiano, sintetico; dopo la LAUREA (tradizionale) cum LAUDE in giapponese (parlato e scritto: non "filosofia", "scienze politiche" o "psicologia" o "letteratura, o religione, tutte cose fondate sull'abc dell'alfabeto; siccome avevo già cominciato a leggere Marx (dopo Spinoza, Kant e Hegel), che vedevo in ato negli scaffali più alti, comperato a rate da mio padre, sfortunatamente morto suicida nel 94, ma non per colpa di Marx, e siccome non volevo che il frutto del mio lavoro quotidiano mi venisse alienato dalle mani, dopo aver pubblicato la tesi di laurea (contenente la prima traduzione in una lingua occidentale di un saggio di Nishida Kitarō (1870-1945) e grazie alla possibilità datami dal Governo GIapponese di effettuare la selezione per una borsa di studio di 5 anni, di cui ne passai 2 anni in Tohoku e 3 a Tokyo all'Università Imperiale, Istituto Superiore, dove Lei venne a fare una conferenza e a me mi dissero di farLe da interprete¥, ricordo che dopo la sua VENUTA, le cose per me iniziarono a precipitare, dovevo finire una traduzione per un editore nazista e spilorcio di vicenza che voleva un libro per una certa ora il mese dopo e nel contempo dovevo finire la tanto sospirata tesi di dottorato su Nishida Kitarō (1870-1945) nel mentre stava finendo la borsa di Studio, ma per fortuna ero con una donna, architetto giapponese, che poi mi sposò, per davvero. ed non ebbi problemi legali per stare e vivere e lavorare in Giappone; nel mentre non ero ancora cambiato ebbi un collasso psico-fisico a TOYKO, dove trovai l'opera omnia di Nishida di cui alcuni pezzi li sapevo a memoria, che non coincidevano con quanto sapevo, andai dalla POLIZIA GIAPPONESE. all'ambasciata italiana e un signore mi diede in mano una bibbia come richiesto dal sottoscritto con la GENESI cambiata rispetto l'originale che so a memoria. Un altro tipo dell'Ambasciata mi mandò da uno prete carttolico di merda che ebbe il coraggio di farmi avere un altro collasso psico-fisico negando a ripetizione per ben 12 VOLTE tutto quello che sapevo di ESSERE SCRITTO SULLA BIBBIA, unico punto coincidenza culturale in quanto io sono buddhista; nel volo ALITALIA CON una valigia a parte piena di libri trovi seduto in business class PIO D'EMILIA, famoso Yamatologo italian di "rimini" RM, che non sa neanche parlare correttamente il giapponese, tantomeno scriverlo e forse assoldato dalla mafia giapponese e da quella della RAI24 italiana da dove trae lauti pasti, laute cene e lauti biglietti aerei in BUSINESS CLASS ; In quanto a me, in poco tempo, dopo aver girato: Polizia di Stato, tribunali, Biblioteche, Università, avvocati, ebbi l'ultimo tracollo psico-fisico quando un dottore del ca**o mi diagnosticò schizofrenia QUANDO IN REALTA': ERANO STATI STAMPATI UN OLOCAUSTO DI LIBRI FALSATI DA DENTRO. NEL TESTO LOGIXO SCRITTO: GUENON, KAFKA, BULGAKOF, DOSTOESKIVJ, CROCE e milioni di altri volumi compresi volumi di programmazione per computers; penso che se ne renda conto; LEI in quanto filosofo e pubblico impiegato, presente o passato ha vissuto indirettamente anche con le tasse mie (del passaporto per esempio, sempre pagate, a differenza dei furbi) di mia mamma e di mia papà a cui cambiarono tutti i libri della libreria dell'appartamento decrepito a vicenza rovinando al sottoscritto parte del sistema nervoso simpatico, para-simpatico; ricordo che passai settimane credendo a quello che aveva etto il dottore in medicina: che erano mie allucinazioni derivanti dalla acutaggine della schizofrenia, non sop se si rende conto, solo uno sforzo immane dopo diverso tempo mi aiutò ad andare contro: la diagnosi (sbagliata), quelli che dicevano, non so peche' che i libri non erano cambiati ecc; siccome lei è comunista e ha letto Marx, come me, mi faccia la pietà di fare un bonifico, anche dai sui stimati colleghi professori che hanno cara la vita, il seguente conto corrente ordinario (anche 5000 euro andrebbero bene, in yen e con tutte le tasse correlate pagate dal mittente del bonfico:

ESTREMI CONTO UFJ SHIBUYA SHITEN

1) Beneficiary Bank (BANCA BENEFICIARIA): MUFG Bank, LTD.

2) SWIFT code / BIC code: ------- (8 caratteri). Se non bastano aggiungere 3X: -------

3) Branch Name (NOME DELLA FILIALE): Shibuya-Chuo Branch.

4) Beneficiary Account Number (NUMERO CONTO DEL BENEFICIARIO) : 345-------

5) Beneficiary Name (NOME DEL BENEFICIARIO): ANDOLFATO RENATO

6) Beneficiary Address (INDIRIZZO DEL BENEFICIARIO): 301, 1-16-1 -------, TOKYO 165-0035. JAPAN, TEL: +81(0) 3--------

7) Branch Address (INDIRIZZO DELLA FILIALE DELLA BANCA A TOKYO): 1-23-10, -------, TOKYO, 150-0041 JAPAN.

8) Telefono della filiale: +81 (0) 3--------

(Lo IBAN non esiste in Giappone comunque sembra essere (secondo Unicredit) : -------)

mail: beneficiario -------

Lunedì 3 agosto 2020 22:06:08

Gentile Direttore,
con riferimento all'invito dell'UE e alla esortazione della Banca d'Italia a presentare progetti per l'eventuale impiego delle tante risorse che girovagano nell'aria mi permetto di presentare alcune idee.
1) - Approfittare di una così vasta ed inattesa massa monetaria per applicare, completamente, l'articolo 53 della tuttora vigente nostra costituzione che così recita: "Tutti sono tenuto a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività". Detto articolo, di poche righe, stabilisce chi deve e quanto deve pagare di imposte e chi, per particolari condizioni, non è tenuto a pagarle.
Attualmente questo articolo viene osservato solo parzialmente con la dichiarazione dei redditi fatta da chi ha un reddito superiore a 6. 000, 00 euro annuali. Questo tipo di entrata costituisce circa solo un terzo delle entrate erariali. Tutto il resto, la grande quantità, è rappresentata dalle imposte indirette, IVA, ACCISA, ecc. che sono imposte piatte cioè tanto paga il nullatenente e tanto paga il milionario. Questo avviene, purtroppo a danno dei meno abbienti ed a loro insaputa, dalla nascita della nostra costituzione.
La costituzione lo stabilisce in maniera precisa e perentoria senza eccezione alcuna. E per una consolidata interpretazione della legge vale: "ubi lex non distinguit nec nos distinguere debemus". Non solo ma è da aggiungere che nessuna legge ordinaria o direttiva ministeriale può contraddire il mandato costituzionale.
Applicare totalmente questo articolo lascerebbe in mano a tanta povera gente denaro da spendere incentivando i consumi ed aiutando le imprese. Aiuterebbe a ridurre le disuguaglianze. Sarebbe una rivoluzione. Una vera rivoluzione incruenta.
2) - Pagare, almeno parzialmente, i creditori dello Stato. Almeno i più necessitati. Si eviterebbe, in alcuni casi, l'istigazione al suicido per la triste situazione finanziaria, in cui si viene a trovare chi per la mancata riscossione dei crediti vantati dallo Stato non riesce a far fronte alle perentorie cartelle esattoriali.
Anche questo è un modo giusto e sacrosanto per rimettere moneta in circolazione.
Montesilvano, 3 agosto 2020
Enrico Gambacorta (34-------

Lunedì 3 agosto 2020 10:46:45

Gentile professore
Sono fra i molti che la seguono da anni. Dopo aver ascoltato il suo intervento alla SOPRI del 6 marzo 2017, Ineguagliabile e così profondo, mi chiedo come possa pensare che la filosofia non possa curare mentre sarebbe in grado di farlo la pletora di quegli incolti, psichiatri, psicoterapeuti, ecc. con l'infinita soma dei loro luoghi comuni. Sono anch'io psicanalista e psicoterapeuta, ma non sopporto nessuno fra i miei colleghi e cerco di dedicarmi quasi soltanto alla filosofia. Mi permetto di inviare copia del mio ultimo intervento. nella speranza che possa leggerlo e commentarlo. Con grande stima
Gabriele Lodari
L’Altro al lavoro e l’arguzia del sogno
3 agosto 2020

Il soggetto dell’inconscio? Non sarà piuttosto una proiezione del fantasma di padronanza a far apparire, per contrasto, intelligente il sogno? Freud sembra essere indeciso al riguardo: quasi al termine della sua indagine straordinaria (p. 463, ed. it.) esclama in modo esplicito che il sogno non pensa, non giudica, non calcola, si limita a trasformare… Mentre quasi all’inizio della stessa opera (p. 68) pur con qualche cautela, ammetteva che “stando a numerosi resoconti (…) sembra innegabile che il sogno possa riprendere i compiti intellettuali della veglia e portarli a una conclusione non raggiunta di giorno, che sappia risolvere dubbi e problemi e che possa diventare fonte di ispirazione per poeti e compositori. Ma, se il fatto è certo, la sua spiegazione soggiace a numerosi dubbi che toccano questioni di principio”.
A mio parere, tali questioni di principio non sono state neppure sfiorate dagli allievi. Ho cercato di indicarle con esattezza nel mio testo Il sogno e la voce (Ananke, 2017) e non mi dilungo. Qui mi limito ad aggiungere che la questione potrebbe essere ulteriormente precisata considerando quella del sogno come la virtù dell’arguzia, anziché quella della mera intelligenza. Questa è, in effetti, la virtù dell’inconscio e dunque dell’analista. Che ce ne facciamo di un analista intelligente? Semplicemente, il sogno risolve i problemi perché lavora giocando, e gioca con l’equivoco del nome. Lasciamo dunque l’intelligenza al soggetto con i suoi fantasmi di padronanza. L’intelligenza è del tutto sterile senza l’arguzia, senza l’ironia, senza il lapsus e il motto di spirito. E senza la simultaneità come virtù del tempo. Freud, sicuramente, avrebbe approvato.

Fa molto caldo. Eccovi un sogno che spero rinfrescante. Le riflessioni esposte in questo seminario sono state almeno in parte suggerite dal recente racconto di un sogno mattutino in due puntate, che potremmo intitolare
Il miracolo sulla neve:
L’analizzante sogna di trovarsi su una collina, con intorno case, forse chiese o monumenti; si tratta presumibilmente di un parco. E’ inverno e sta camminando sulla neve con una certa inquietudine, si accerta di trovarsi proprio sulla sommità guardandosi intorno. Ora è proprio sulla cima, qui intorno a lui la neve è più alta, ma è una neve già calpestata. Però è tutto molto pulito e silenzioso. Fa qualche passo verso l’altro versante del colle e intravede uno spiazzo; ode voci e grida di allegria, alcuni stanno forse rincorrendosi e giocando sulla neve, ma una costruzione impedisce di vederli. Peraltro il sognatore, chissà perché, fa di tutto per avanzare circospetto in modo da non essere visto. Improvvisamente scorge davanti a sé sulla neve, qua e là calpestata ma immacolata, un paio di scarpe o scarponi ben allineati, come se fossero stati lasciati lì a bella posta. A questo punto si sveglia e rimane con un punto interrogativo in testa. C’è qualcosa di astruso, enigmatico, in questo sogno, c’è qualcosa che proprio non riesce a spiegarsi.
Si riaddormenta e gli appare la stessa scena con la cima del colle e con la neve intorno, ma questa volta gli sembra d’intuire che si tratta di una scena che precede nel tempo la prima, come se l’intenzione del sogno fosse quella di utilizzare una prolessi; quasi a voler offrire una spiegazione della prima parte del sogno. Qualcosa nella nuova scena in effetti è mutato. La neve è cosparsa di vari oggetti abbandonati da passanti poco educati, qualche bottiglia, cartacce, rifiuti vari, e tra questi anche un paio di scarpe o scarponi, gli stessi della scena precedente, ma non allineati.

Al nuovo risveglio, la spiegazione del primo sogno è ora più semplice o comunque avviata: è evidente che qualcuno con solerzia, forse uno spazzino, si era nel frattempo dedicato a un lavoro di pulizia raccogliendo con cura ogni rifiuto, ma di fronte al paio di scarpe si era trattenuto, decidendo di lasciarli sulla neve nel caso il proprietario si fosse mai risolto a tornare per riprenderseli. Forse. In questo sogno, oltre al riferimento immediato a elementi specifici che riguardano la vita del sognatore, possiamo cogliere in modo preciso le possibili articolazioni delle questioni che da tempo ci incalzano. Per i suggerimenti teorici che parrebbe volerci elargire, il racconto di questo sogno è davvero straordinario. La questione del tempo, dell’originario, della cosa, del soggetto, della ripetizione, e altre ancora. Schematizzando proviamo a farne un breve riassunto:

A) L’originario, il simultaneo, l’intervallo, l’apertura, questo è il rinvio che la neve parrebbe suggerire. La neve è un elemento di giuntura, non varia passando dal primo al secondo sogno. Per di più, il bianco è quello fra i colori che contiene tutti gli altri, e il colore è una proprietà del sembiante. Dunque la neve, il sembiante come ombelico del sogno. Si potrebbe aggiungere, poeticamente: la neve come riserva potenziale di qualsiasi racconto. Anche l’oblio, la dimenticanza quale funzione primaria di ciascun sogno…

B) Il cicaleccio delle voci, le grida gioiose di chi si rincorre sulla neve, ma pure il silenzio intorno che ne precede l’irruzione. Dunque ancora il sembiante, l’eco della voce che sembra volersi sviluppare, espandersi per avvolgere la trama del primo sogno. La voce che parrebbe impreziosirne la trama per rinviarla a un altrove, innalzarla a una fiaba o a una poesia, verso un punto infinito di astrazione e ancora a un oblio.
Nel primo sogno tuttavia il sognatore sembra ancora volersi sottrarre da tutto questo, vorrebbe nascondersi o comunque non essere visto. Sta funzionando quella che Freud definisce come censura. Il sognatore è ancora soggiogato dallo sguardo della veglia, ovvero il primo sogno è ancora troppo collegato alla sua vita desta; l’impianto del sogno risente delle strategie difensive della veglia. C’è lo sguardo della neve, una neve immacolata che lo guarda, ma è uno sguardo che ancora non riesce a svincolarsi da un soggetto, per essere sostituito da un altro Sguardo non più percettibile, pacificante, infinito. Il sognatore non riesce ancora a vincere le sue difese, le sue strategie di padronanza. L’inquietudine ancora lo accompagna.

C) Il paio di scarpe o scarponi allineati: dunque la cosa, il miracolo, l’evento inaspettato, eppure in qualche modo atteso. Atteso soltanto nel racconto Altro del sogno. L’evento che resta marcato dall’interrogativo, dall’enigma, evento che suscita la domanda, la quale poi rinvia al secondo sogno. Queste scarpe accolgono o accoglievano i piedi; rinviano a un originario che soltanto l’ordine del discorso, in cui per ora si situano, impedisce di riconoscere. Nel primo sogno il discorso impedisce di riconoscere che non vi è alcun prima e alcun poi, alcuna origine e alcuna fine, ma solo il piede e il passo del tempo. Ecco il paio di scarpe che compare, sono allineate, quindi a formare una coppia, ancora un “uno”. Il primo sogno è immerso ancora nel discorso, quindi nel tempo della durata, per il quale la prima cosa sarebbe quella originaria, in questo caso il rinvio al sembiante come causa è ancora precluso. Questa cosa potrebbe rinviare alla cosa “altra”, ma il discorso la tiene ancora ben fissa come la cosa “stessa”.

D) Il Caos originario, la cosa originaria, il secondo sogno senza il quale il primo rimane del tutto incomprensibile, astruso. Il sembiante, irraggiungibile, come causa. Il due originario (anche le scarpe sono due e non formano un “uno”), il due che non è preceduto dall’uno, mentre nel primo sogno continua a insistere l’uno che si divide in due. Il secondo sogno svela l’originario, il due è l’accesso all’originario.

Parrebbe indubitabile che noi ritroviamo le cose nel luogo (o nel sito) in cui le avevamo lasciate. Eppure le cose, nessuna cosa ha già un proprio sito. Le cose dimorano nella parola. E allora, l’enunciato corretto (quello che non diviene inerte, che non si immobilizza nel fantasma materno, che non corrisponde più alla premessa universale aristotelica del tipo Tutti gli uomini sono mortali), ovvero l’enunciato relativo al fantasma originario, non può che essere questo: “ciascuna volta noi troviamo le cose nel luogo (o nel sito) in cui le avevamo lasciate”.
Questo ci obbliga a distinguere l’etica dalla morale. Occorre l’etica per ritrovare ciascuna volta le cose nel posto in cui le avevamo lasciate, occorre l’etica affinché le cose emergano innanzi a noi. La volta originaria corrisponde già alla seconda volta. Ma non è preceduta da una prima. Nella morale è invece preceduta dalla prima. Nella morale la credenza è appunto quella per cui le cose avrebbero un loro sito in cui risiedere, in cui restare, in cui durare, magari fino a una durata eterna. Il monito, il comandamento, quello che si sostiene sulla volontà di un soggetto, è in effetti questo: dimentichi sempre dove hai lasciato le cose! Te l’ho detto infinite volte, lasci sempre in giro le cose!
Ma la volontà, che è di un soggetto, non può sostituire la voce. La volontà vorrebbe supplire all’eco della voce. Senza la voce le cose non appaiono proprio per niente! La memoria non si attiva. La morale è invariabilmente una morale delle cose dette, delle cose fatte, quindi situate. Anche l’epistemologia e l’ideologia.
L’inerzia non è una proprietà delle cose, bensì concerne il fantasma materno. Occorre la voce affinché possa darsi un’etica, e il valore dell’etica non è certo un valore ideale, è il valore portato dall’attenzione a ciascuna volta, per trovare le cose. La memoria stessa è forse l’eco della voce.

Possiamo considerare l’Alzheimer come una parodia estenuata di questa ricerca di un’eco della voce, nel tentativo severo di svincolarsi dal fantasma materno; una spasmodica ricerca dell’eco, della volta “ciascuna”. Benché nell’Alzheimer la volontà del soggetto sia rifiutata con ostinazione, ciò nondimeno, senza l’eco, la memoria non può essere in funzione per trovare le cose.
Anche l’analisi non può che funzionare come “ciascuna volta” per consentire l’incontro con la cosa, il kairos. Le cose ci vengono incontro secondo l’eco della voce. Secondo lo spirito. Possiamo sostenere che è l’eco della voce a richiamarle nel luogo in cui le avevamo lasciate? Un luogo che non esiste prima della loro e-vocazione? Quando parliamo di viaggio intellettuale, dobbiamo intendere questo: acquisire via via l’esperienza di un’etica per l’incontro con le cose.
La memoria, se è tale e non contaminata dal ricordo, non perde la sua “presa” sulle cose. In una sorta di presa-distacco, la memoria trova ciascuna volta la cosa nel posto in era stata lasciata. Passando per l’intervallo della cosa “altra”. L’eco, l’intervallo. La memoria non è senza voce. Il ricordo è senza voce e, quindi, senza l’eco della cosa originaria.

La morale è sempre una rinuncia all’etica, la morale è concepita per tentare di porre un argine al riflusso delle cose. Mentre l’etica si accompagna piuttosto al flusso, ovvero all’abbondanza, all’onda che avanza. Il flusso è il plus, l’aumentare, e corrisponde all’onda che avanza “irresistibile” proprio perché mossa dalla resistenza. Rimozione e resistenza sono le modalità del movimento delle cose, del loro andare e venire. Rimozione e resistenza: nulla di negativo a meno che non siano rappresentate. Le cose si muovono secondo la rimozione e secondo la resistenza. Invece le cose rifluiscono e infine ristagnano quando la rimozione insieme alla resistenza viene rappresentata. Sono anche le vicende che caratterizzano la storia della psicanalisi. Rimozione, le cose si muovono a partire dal nome in funzione; resistenza, le cose avanzano secondo il significante in funzione.
Sono davvero le cose a resistere alla parola? Come crede il luogo comune su cui s’innesta ogni economia e ogni politica sociale, ogni ideologia? E’ il cosiddetto reale a resistere? Non è piuttosto la resistenza stessa a definire quel qualcosa che chiamiamo reale? Non è la rimozione a inaugurare la strada dell’essere lungo la quale poi si fissa l’origine di ogni ontologia?

Io e tu non hanno come riferimento la cosa, nessun essere umano come riferimento, nessun individuo che preceda la parola. Io e tu sono il fantasma dell’oggetto, sono idee dell’oggetto nella parola. Io posso parlare con te, io posso muovermi con te, posso accompagnarti, ecc. Si tratta di passare da “io e tu” a un “noi”. Perciò il noi è “altra cosa” rispetto all’io e al tu. Il noi è originario, corrisponde all’infinito della parola originaria, senza alcuna distinzione già tracciata. Anche il “voi” non è che un “noi” a cui è stato sottratto l’io. Ma il voi è ancora un’idea soltanto.
Che ne è del destino delle cose in questa logica originaria? Se il noi è l’infinito originario dal quale procediamo nella relazione con chiunque, allora non vi è alcuna congruità nel separare una cosa da un’altra, così come nel separare l’evento favorevole da quello sfavorevole. Per il “noi” l’evento è la cosa “altra” nella parola e tutto risulta favorevole, la speranza così come la fede procedono dal “noi”, senza alcuna imposizione, senza alcuna costrizione, senza alcuna volontà soggettiva. Soltanto se siamo “noi” le cose si offrono come favorevoli eventi.
L’evento sfavorevole è soltanto una specie di eccezione, un contraccolpo dovuto al fatto che abbiamo contrapposto un io al voi. L’evento, dunque relativo al noi, non ha alcuna etichetta già scritta. E’ evento nella parola, è la cosa altra, la cosa orientata verso l’avvenire. Il noi è rivolto all’avvenire. Mentre il soggetto è nella stasi del presente.
In quelle che all’occhio comune potrebbero sembrare le peggiori disgrazie, nelle difficoltà estreme, c’è chi vive se non proprio nel gaudio almeno sperando, sempre al di fuori della logica del meglio e del peggio, della vittima o del carnefice. Non si lascia suggestionare dal pensiero del tempo tiranno o del destino infausto. La massima sventura è per costui soltanto la mancanza di avventura. Costui è sempre in un riferimento al “noi”, ha imparato da tempo a viaggiare nell’infinito della parola. Costui è senza alcun ragionamento algebrico: perché mai proprio a me? Perché capitano tutte solo a me? La sventura è precisamente il soggetto, il soggetto, che è l’abolizione del “noi” e quindi dell’infinito della parola. Per il soggetto la cosa risulta sempre o la stessa cosa o la cosa stessa. Le cose riguardano dunque il tu o l’io, senza il noi originario.
La fortuna è l’altra cosa.

Quella del soggetto è sempre e soltanto un’etichetta e per il soggetto le cose obbediscono soltanto al caso, o meglio al calcolo delle probabilità; quando accade un evento considerato sfavorevole, la frase perché proprio a me? viene pronunciata già sapendo che non vi è alcuna risposta possibile. E’ il lamento, è questa la natura del lamento. In relazione a un’etichetta, e non più a un’etica, è soppresso il “noi” e le cose risultano favorevoli o sfavorevoli, inevitabile l’oscillazione fra euforia e disforia.
Se in relazione a un’etichetta troviamo il lamento, in relazione all’etica abbiamo l’apertura di una domanda infinita. L’etica è questo “noi”. L’avvio di una domanda, l’invenzione di un’idea infinita dell’oggetto. Dio potrebbe, avrebbe potuto, rimanere questo, questo infinito dell’idea, se il canone e in seguito l’ideologia non lo avessero rappresentato come creatore e come giustiziere. Mentre i disegni imperscrutabili di Dio concernono la giustizia relativa a un giudice che insistentemente si sottrae e che allora a noi può ritornare come un “noi”. Dio accompagna ciascuna cosa, ciascun elemento della parola. Se vi è etica, dire: “ciascuna cosa”, “ciascun elemento”, risulta propriamente un pleonasmo.
La cosa che incontriamo come evento è un pleonasmo.

Ricominciamo dunque: la memoria trova le cose nel posto in cui erano state lasciate. Si tratta allora di ricordare? Il ricordo è la memoria senza etica. Noi diciamo comunemente che occorre ricordare, per esempio, il posto in cui si era lasciata l’automobile, certo. Eppure occorre il pleonasmo per ricordare quel posto, non basta il ricordo, occorrono la memoria e il pleonasmo. E’ il pleonasmo a fornirci la traccia. La cosa è intoccabile, anche nel pensiero è irraggiungibile; nessuna corrispondenza già fissata fra la cosa e il pensiero. Occorrono il pleonasmo e la “trovata”, ossia l’invenzione, per trovare qualsiasi cosa. La cosa, insieme al luogo in cui si trova, occorre che siano ciascuna volta inventati. L’invenzione (ma anche l’idea o il fantasma) è il solo collegamento possibile fra noi e le cose come pure fra le cose tra di esse. Le cose non sono già in relazione fra di loro.

Dunque, il ricordo, che solitamente noi crediamo tangibile, concreto, fissato, cioè bene ancorato nella cosiddetta realtà, è in verità una costruzione arbitraria; costante è la memoria. Solo il ricordo è traumatico, paralizzante, già corrotto dal fantasma materno, è una memoria paralizzata, pronta dunque a dividersi in buona o cattiva. La memoria è oltre la distinzione fra buona e cattiva. La memoria è costante e pertanto le vicissitudini del rimemorare riguardano soltanto le vicende del ricordo. Nulla può intaccare la memoria. Il ricordo può venire a mancare, ma per la dilatazione del tempo operata dal fantasma materno, dalla rappresentazione. Il fantasma materno è incostante, soggettivo, con la sua pretesa di tenere, afferrare le cose. Il fantasma materno fallisce la presa, non così la memoria.

Quando le vediamo, le cose si presentano in qualche modo installate, con un loro sito; il sito in cui risiedono e da cui ci paiono appunto contornate. Come possiamo accorgerci dell’intervallo che le stacca dal loro sito? L’intervallo (della parola e del tempo) è originario e richiede una certa attenzione e le cose non risiedono che nell’intervallo della parola. Basta un poco di attenzione per accorgersene. Attenzione a che cosa?
Porre l’attenzione è già un porre l’attenzione all’altra cosa, ovvero lasciare che risalti l’intervallo, per cui la cosa si presenta come evento. Il miracolo dell’evento richiede l’attenzione alla cosa altra. L’attenzione non può essere rivolta alla stessa cosa o alla cosa stessa, altrimenti non è più originaria, non è più attenzione. E’ un mero vedere, ma un vedere che non si differenzia dalla cecità totale.
Se l’attenzione è nella parola, l’attenzione è l’apertura stessa. L’attenzione è una virtù della memoria. L’attenzione, come la memoria, non è di questo mondo. E’ per l’attenzione che la cosa si rivela come la cosa altra e come una cosa senza alcun sito in cui già risiedere. La memoria è quel passaggio, ciò per cui la cosa altra può rivelarsi, depositarsi, situarsi, come la stessa cosa e la cosa stessa. Prima l’altra cosa: questo è il principio della memoria. La memoria può fare a meno del sito, quindi noi diciamo che è nella simultaneità. Quella cosa era lì, ma questo “era” già rivela che la cosa non è mai stata da nessuna parte, poiché il passato non esiste. Ora la trovo qui ed è lo stesso posto in cui l’avevo lasciata. Era qui quando “ora” è qui: ecco in funzione la memoria. Questo “era” è dunque una pura invenzione!!! Della memoria e del sogno. L’altra cosa, l’altro tempo, il tempo della memoria, senza passato, presente o futuro. L’attenzione è una funzione della memoria, non è attenzione a una cosa determinata, già contornata, passata, presente o futura. L’attenzione è l’accesso al tempo altro.
L’Altro al lavoro riduce a ossimoro l’opposizione fra il sogno e la veglia. L’opposizione, l’alternativa, suppongono sempre l’esistenza di qualcosa fuori della parola. Ma la vita che si riduce a sopravvivenza è proprio quella che trascorre sempre nell’alternativa, fuori della parola. Il sogno esprime con forza l’istanza della simultaneità: gli eventi che al risveglio si presentano in successione, uno dopo l’altro, nel sonno si presentano sorprendentemente ribaltati, uno prima dell’altro. Ecco l’Altro al lavoro. Sorprendentemente per chi? Ovviamente per il soggetto. E’ soltanto per la presenza di un soggetto, che si crede padrone del tempo, che il tempo è creduto lineare oppure circolare. Gli eventi della vita non sono in successione. Peraltro, questa intelligenza superiore con la quale il sogno e l’inconscio parrebbero sovrastare al risveglio il sognatore, non è ancora null’altro che una fantasia del soggetto. L’autentica intelligenza, certo, è quella dell’inconscio, ma essa non richiede nessuno sforzo della ragione e nessun processo di formazione. Ė intelligente chi sa abbandonarsi alla parola; è la parola ad agire, non il soggetto. Arguto è il sogno, perché lascia fare al lapsus, al gioco di parole. Eccoci nuovamente a Freud. L’invenzione, tutta lacaniana, di un soggetto dell’inconscio, è ancora l’estrema strategia per conciliare questo inconciliabile e tornare a un prima di Freud; è ancora una versione del fantasma di padronanza.

Si può amare secondo il ricordo o secondo la memoria. Nel primo caso abbiamo la malinconia e la nostalgia. Nel secondo abbiamo invece il collegamento con l’evento. Nel primo caso, l’oggetto d’amore rimane la madre, e quasi sempre l’incontro con il simile è destinato allo scacco. L’amore secondo il ricordo è destinato allo scacco perché non evita l’erotismo dell’oggetto.
Come stare insieme? Come vivere insieme? Occorre dissolvere il soggetto, con tutte le sue convinzioni che inevitabilmente sfociano nella lite e nella zuffa, con tutte le sue fantasie, le sue manie possessive, i suoi rituali, le sue ossessioni, le sue strategie, le sue menzogne, le sue stasi, le sue fantasie di padronanza, le sue dipendenze, le sue pazzie, insomma i suoi “assoggettamenti”, e poi ancora non basta. Occorre stare nell’accrescimento e nell’abbondanza, tenersi in equilibrio sulla cresta dell’onda.

Amedeo Modigliani alla ricerca della perfezione della forma, della forma essenziale? Quella finalmente compiuta, l’ultima; alla ricerca disperata di una palingenesi? Della cosa purificata, definitiva, ovvero alla ricerca della morte? Nulla di tutto ciò a me pare di ravvisare osservando i suoi quadri. Modigliani, come ciascun artista, non può che essere alla rincorsa del sembiante. In un percorso intellettuale in direzione della cifra. Non vi è alcuna linea di traguardo da raggiungere. La linea segue alla relazione, nessuna linea originaria. Ciascun quadro racchiude di per sé il sembiante: specchio, sguardo e voce. Ciascun quadro non succede pedissequamente a quello che lo precede. Gli stessi elementi del ritratto, l’ogiva del volto, naso e collo allungato, occhi a mandorla, colori vellutati, e via dicendo, che parrebbero vincolati a un’origine, alla perfezione di una copia, in realtà si schiudono a una serie cardinale, a una paratassi. Gli elementi che sembrano ripetersi sono semmai l’occasione per una variazione incessante. Il volto ogivale, la cecità dello sguardo, il naso e il collo allungati? Sintomo come risorsa. Ciascun quadro, ciascuna immagine, vive nella sua assoluta solitudine, orientata soltanto da un racconto. Ciascun quadro è una nuova invenzione. Il tratto che si ripete diviene simbolo e lettera, per un percorso verso la cifra, la parola originaria.
La linea rinvia alla relazione ma non la precede. La relazione, l’Altro, quindi la linea, il tratto, la singolarità dell’eleganza del tratto che esige l’Altro, il racconto, il sembiante. Le figure di Modigliani sono delle ipotiposi, ma la peculiarità dell’ipotiposi è quella di debordare proprio dallo schizzo che vorrebbe effigiarla e rinchiuderla; lo schizzo ha la sua eleganza e autorità, una singolarità incontrata, soltanto alla fine, nel tratto curvilineo. Anche la linea ciascuna volta è una trovata. La semplicità è alla fine, richiede un’esperienza che non è affatto quella del soggetto. Ciascun quadro è pulsionale, dunque una domanda che non corre verso qualche risposta già confezionata, pronta lì da qualche parte, in attesa. In ciascun quadro è trovata la cosa in quanto altra. Nessuna risposta. Ciascun quadro è una domanda che vive di vita propria e non è in attesa di una risposta uni-versale e uni-ficante. Le figure di Modigliani istituiscono una processione, nessuno scopo finale, nessun telos verso cui dirigersi.

Giovedì 30 luglio 2020 12:11:25

Buon giorno dottor Cacciari.
Sono molti anni che la seguo.. é una delle poche persone che sanno vedere e dire il rovescio della medaglia e per questo la stimo.
Sono una semplice nonna e preoccupata per quel certo tipo di banchi con le rotelle e un piano minimo che vogliono acquistare e con una spesa non indifferente. La mia preoccupazione consiste nel sapere se questi banchi sono o passano ad una valutazione seria da parte di fisiatri. ortopedici o fisioterapisti... perché a vederli non mi danno fiducia per una sana postura per i bambini se ci stanno parecchie ore.
E poi perché bisogna canbiarli ? Mi viene in mente quando c'é stato il cambio delle lire con ĺ'euro e di seguito una pubblicitâ.. che bisognava cambiare il portafoglio.
La ringrazio per la su attenzione.
Renata Patton

Domenica 26 luglio 2020 12:37:05

Gent. prof. Cacciari,
ho sempre pensato che lei avesse una visione ampia ed articolata della realta' nella quale viviamo ed ho quindi sempre seguito con grande interesse i suoi interventi sui giornali e in televisione. Da qualche tempo non riesco però a comprendere su quali dati di fatto si fondino le sue analisi e soprattutto cosa, secondo lei, si potrebbe fare per migliorare la situazione. Nelle ultime occasioni l'ho sentita affermare che è tutto un disastro (ieri da Telese ha sostenuto che siamo in mano a una massa di incompetenti e che Conte ha sbagliato tutto) e predire catastrofi inammaginabili, senza però dettagliare questi giudizi cosi perentori e, soprattutto, senza neanche un accenno a possibili rimedi. In un periodo così difficile, da una persona come lei mi aspetterei un contributo più elaborato e magari anche più concreto e costruttivo.
È pur vero che in questo periodo difficile non è facile sottrarsi all'ansia ed al pessimismo, ma - anche lei converrà - in politica le valutazioni si fanno (o si dovrebbero fare) anche in base al raffronto con chi c'era prima e con chi eventualmente può venire dopo. Un atteggiamento negativo come il suo non mi sembra giustificato se si considera che questo governo è composto da molte persone che svolgono dignitosamente il loro ruolo e che sono stati ottenuti anche diversi risultati positivi. Mi piacerebbe sapere quali sono le cose concrete che, secondo lei, non si sono fatte e che si dovrebbero fare.
Cordiali saluti
Agostino Giordo
Sassari

Domenica 26 luglio 2020 12:02:12

Ho sentito da lei giudizi pieni di livore nei confronti del nostro governo. Io trovo che il Prof Conte sia efficacissimo nel suo ruolo ed abbia alcuni ministri di grande valore uno per tutti Gualtieri. Non la riconosco piu dopo averla seguita con attenzione ed interesse per anni la teoria non nuova che gli imbeccili onesti sono più pericolosi dei ladri i intelligenti mi lascia senza parole. Orrenda. vedo molti ladri nessuno intelligente

Sabato 25 luglio 2020 21:35:16

Carissimo professore, ho 66 anni e seguo la politica da sempre. Mi chiedevo, visto che lei e cosi bravo a sputare sentenze, xche non guida lei il paese. Magari nell emergenza covid avrebbe potuto far meglio di Conte. Le parole hanno un peso, ma lei non le pesa mai.

Venerdì 3 luglio 2020 22:03:11

Buongiorno Prof. Cacciari,
la seguo sempre da tanto tempo ed ho tanta ammirazione per lei, desidero scriverle per la prima volta per chiederle con gli strumenti che ha a disposizione di fermare questo governo dalla scellerata decisione di prorogare gli sfratti al 31 dicembre 2020 come da emendamenti nel decreto rilancio.

Sono un cassintegrato finito sul lastrico per aver affittato un piccolo appartamento ereditato dai miei genitori ad un inquilino che non ha i miei problemi economici e non mi paga da 11 mesi, ed il titolo di sfratto esecutivo che ho è diventato carta straccia.
Pago l'IMU e IRPEF per un reddito che non percepisco.
Questo è un attacco allo stato di diritto e alla tutela dei cittadini onesti.

Faccia qualcosa!!! faccia modificate questo emendamento folle!!!

Maurizio Leone

Mercoledì 1 luglio 2020 08:37:30

Carissimo Dottor Cacciari,

Volevo innanzitutto ringraziarla per i suoi interventi che illuminano l'Italia.

Mi chiamo Gabriella, ho 52 anni, mi sono lureata in Psicologia nel 1993 all'Università di Padova, sono andata in Francia dove ho ottenuto due lauree supplementari, una alla Sorbona e una all'Università di Lille dove ho ottenuto l'abilitazione di psicologa clinica. Ho poi fatto una scuola di psicoterapia sistemico-relazionale (Scuola Palo Alto) e ottenuto il titolo di psicoterapeuta. Ho passato il concorso della funzione pubblica nazionale e mi sono classificata seconda, lavorando per 23 anni all'ospedale universitario di Lille (reparti: Tossicodipendenze, bambini maltrattati, psichiatria, oncologia e cure palliative, carcere). Sono inoltre iscritta regolarmente all'albo degli psicologi della regione Hauts de France.
Ho deciso di tornare in Italia in seguito alla grave malattia di una persona della mia famiglia e ho chiesto il riconoscimento dei miei titoli. L'istruttoria doveva durare 4 mesi legali indicati sul sito del Ministero della Salute e oltre ad avere aspettato sei mesi (nel frattempo sono venuta in Italia durante il confinamento visto che avevo già tutto programmato, ho comprato un appartamento a Vicenza perché per essere iscritta all'albo degli psicologi del Veneto devo avere la residenza), ho ricevuto una lettera del Ministero della Salute dove mi si dice che non sono idonea. Sono quindi costretta a ritornare in Francia. Penso che l'Europa non esista e come dice lei, che la burocrazia, é la rovina di questo paese. Un' italiana che ha un esperienza clinica di 23 anni in un altro paese dovrebbe essere una ricchezza per l'Italia. La ringrazio per la sua cortese attenzione. Dott. ssa Gabriella Facci

Martedì 30 giugno 2020 21:39:54

Massimo cacciari sei rimasto l unico ad avere la testa pensante Sei grande Non mollare!!!

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