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Martedì 12 settembre 2017 15:08:48

Gentile Dott. Corrado, innanzitutto, in bocca al lupo per la sua trasmissione che presto si ri/avvierà.
All'inizio di questo anno, le chiedo di rendere pubblico il mio pensiero, nei limiti delle sue attività.
Con cordialità

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IL PENSIERO DI UNA DONNA AFRICANA

“Il governo libico detiene arbitrariamente i migranti in condizioni vicine alla tortura, li espelle abbandonandoli nel deserto, li cattura in gruppi attraverso retate che incitano alla xenofobia in tutto il paese. L’Unione europea, col governo italiano come tramite, continua a delegare alla Libia una parte importante del controllo della sua frontiera mediterranea, incurante dei metodi adoperati per adempiere a questo mandato”, intervista a Silja klepp, ricercatrice in antropologia culturale presso l’Università di Lipsia, Redazione Melting Pot, 17 maggio 2017.

Tali situazioni sono, oramai, a conoscenza di un numero altissimo di individui e trovo che non si possa fare finta. Hanno parlato gli Operatori umanitari, i rappresentanti delle varie agenzie (ad esempio i Medici senza frontiere, Emergency, etc.), Unicef, Acnur, Oim e molti altri organismi nazionali ed internazionali. noti giornalisti hanno documentato e raccontato i fatti. Essi hanno denunciato lo sfruttamento, la riduzione in schiavitù che le persone sono costrette a vivere, le violenze inumane di ogni tipo in cui, i cittadini africani sono costretti a subire. Voci autorevoli parlano di vere torture e dal ripetersi degli stupri sulle donne e dei bambini.

Domando: a quante coscienze toccano gli episodi sopra descritti?

In qualità di persona umana, di donna, di donna migrante, ma, soprattutto, in qualità di donna africana, non solo rifiuto tali trattamenti, ma, appello vivamente alle coscienze di coloro che hanno il potere di porre fine ai lager dei nostri giorni. Non è tollerabile che in nome della Sicurezza propria, ci si metta a rischio la vita degli altri. Quello che sta accadendo, non è condivisibile in alcun modo, anche se sento i ripetuti plausi dalle varie parti.

Mi rammarica molto che tutto l’intervento, sia promosso dal governo, avente come maggioranza, il partito in cui io mi sono iscritta da anni. Certamente, continuerò leale verso il Partito Democratico, ma, al PD chiedo di rivedere la sua politica sull’immigrazione. Non è concepibile, oggi, la “sottoscrizione” di costruzione di fortezze e lo dico, perché, sono sempre più convinta che esistono i muri alzati con le pietre e altri costruiti a livello mentale e teorico, messi di seguito in pratico con delle azioni che fanno rabbrividire.

L’Africa si trova costretta, a vedere espatriare i suoi figli e le ragioni sono tante e sono a conoscenza di Tutti, ovvero della intera Umanità. Tante sono le cause che hanno provocato le situazioni in cui, i cittadini africani sono obbligati a vivere, ancora oggi: partendo dagli errori commessi durante la colonizzazione dell’intero continente, per passare agli attuali sfruttamenti, senza dispensare i governati locali della loro responsabilità.

La povertà non è una colpa, mentre le guerre, i conflitti, etc., sono provocate, in modo particolare, dalle vendite delle armi ed io non posso che appellare, di porre fine a tali vendite. Questo consentirebbe, almeno, la riduzione delle continue le stragi in cui, siamo costretti ad assistere e, di sicuro, ad un minore spostamento per chi è costretto a scappare dalla propria Terra.

Confesso, in tutto questo, che io non desidero e né voglio continuare ad essere “spettatrice” di simili spettacoli, per non dire dagli orrori commessi, anzi, li rifiuto. Il nostro Pianeta non ha fatto nulla per meritare le tante ingiustizie, men che meno il mio Continente, il quale viene massacrato da secoli.

Trovo anche che ripetersi che sia avvenuta una diminuzione degli sbarchi, è senz’altro un bene per l’Italia e per l’Europa, però, se tutto ciò continua a lasciare a rischio la vita di chi scappa dai conflitti, dalla povertà e dalla miseria, domando: che significato ha?
Anch’io auspico una situazione di sicurezza all’Italia, Paese in cui, vivo da decenni, ma consentitemi, di lasciare un appello che si traduce nelle seguenti parole: con il protagonismo dell’Africano. Andiamo a ri/costruire l’Africa. Sì, tracciamo un piano che veda il coinvolgimento dei cittadini africani, piano che non solo dovrà indicare quali siano le vere esigenze di quei popoli e non i piani fatti a tavolino che, molto spesso, si traduce in: portiamo a loro ciò che abbiamo pensato, li possano servire.

A fronte di tutto ciò, trovo che per raggiungere un buon esito, necessitano fare dei passaggi con chi dà certezza, con chi è in grado di rispettare la Persona e parlo di certezza, perché, le immagini che arrivino dalla Libia, non mi convincono, anzi, esse causano in me una grande preoccupazione. Tali immagini sono sotto gli occhi di tutti e sono sotto i nostri occhi, quotidianamente!

Notizie varie riportano dei contenuti su quanto l’Italia, voglia fare a favore per il continente africano e una delle frasi bollate sui vari mezzi di comunicazione è stato ed è tuttora: “aiutiamoli a casa loro”. Voglio sperare che tutto sia impostato da una nuova strategia per la quale, si intravveda il protagonismo dell’africano, All’interno di ogni piano di cui, si intende implementare in Africa, non può continuare a veder l’esclusione dei suoi figli e lo dico, perché sono certa che, finché l’idea è quella di portare alle popolazioni africane degli aiuti (che non metto in dubbio i buoni propositi), il rischio è di non rispondere alle necessità dei popoli africani.

In passato, ci sono stati effettuati molti interventi in Africa, ma, io dico spesso: anziché aver costruito scuole, ospedali, assieme agli scavi dei pozzi d’acqua, molti si sono limitati a questo ultimo e chiedo: non era e non è importante che gli africani conoscano/conoscessero le tecniche per cercare l’acqua (elemento vitale per ogni essere umano)?

Avviandomi al termine di questo mio pensiero, aggiungo che si ha la necessità di tracciare una analisi che rispecchia e/o fotografa i l Continente africano: partendo dal suo passato storico, leggendo il suo presente, per poter proiettare il futuro con il mio auspicio che si tratti di un futuro migliore e differente del passato. Sono convinta che ciò consentirà una vita migliore ai figli di quelle terre.

Auguro che ci saranno degli interventi, prospettati per la Gente Africana, pensati con la Gente africana e che non siano limitati ed esclusivi ad invii di “aiuti”. Termino, dicendo che a fronte di un primo impatto esso potrà sembrare risolutivo e cioè il voler “sfamare” i Popoli, ma a lungo andare i risultati di tali progetti, potranno svanire, in aria, come una “bolla di sapone”.

Ed infine, dico che le tante denunce (come quelle sopracitate), mi rinfrancano ed auspico che esse riescano a smuovere i tanti cuori umani. Credere di fermare lo spostamento degli uomini (fatto naturale), è di per sé una impresa non facile. Bisogna, dunque, trovare soluzioni migliori, collaborando e confrontando con chi renda possibile la garanzia del Diritto dell’Uomo e laddove venga garantito tutelata la vita della Persona e non viceversa, mettendola a repentaglio.

Maria José Mendes Évora Roma, 12 settembre 2017

Venerdì 26 maggio 2017 12:38:48

Ciao

Nell'Aprile del 2008 ti trovavi come inviato in un Paese Arabo?

Ciao :-)

Roberto

Giovedì 9 marzo 2017 22:31:14

Obiezione, ma Romeo perché non dovrebbe partecipare alle gare di appalto? In effetti è un imprenditore che fa il suo mestiere, perché escluderlo a priori?

Lunedì 11 luglio 2016 11:29:17

La presente per chiederLe di avere da Lei la prefazione al mio libro di prossima pubblicazione. Il titolo che ho dato ne sintetizza i contenuti: "Sotto il tappeto persiano. La questione omosessuale in Iran tra affermazione e possibile condanna".

Dopo numerosi viaggi in quasi tutti i continenti, da alcuni anni ritorno puntualmente in Iran interessato, per altro, alla difficile condizione delle persone omosessuali tra la morsa delle facili sanzioni e la spinta ad una vita normale. Come vive la gente in un paese in cui ogni azione è fortemente rischiosa? Esiste una comunità gay? Come ci si incontra in mancanza assoluta di locali e luoghi pubblici di incontro per omosessuali? Quale importanza ha internet, seppure ufficialmente vige la censura dei social network, per favorire la possibilità di incontrarsi?

Queste domande mi hanno guidato nella esplorazione di un mondo non facile, sotterraneo e votato alla clandestinità, spinto dal bisogno di capire come vive una persona omosessuale nella costante paura di essere arrestato o addirittura impiccato.

Utilizzando diversi social network, ho preso dapprima contatti con numerosi omosessuali che vivono nelle diverse regioni del Paese. Ho intrattenuto per lungo tempo costanti conversazioni on line, telefonicamente e scambi preziosissimi di esperienze personali tramite mail con decine di ragazzi di estrazione diversa, molti dei quali ho poi incontrato fattivamente. Molti mi hanno ospitato, con altri ci siamo incontrati per lunghe chiacchierate. Ho raccolto storie di vita, ascoltato personali testimonianze, accolto la narrazione delle loro esperienze. Ho conosciuto, così, Moein, Mohsen, Reza, Siamak, Ahmed e tanti altri in molte città dell’Iran, tra visite ed esplorazioni di luoghi storici e molto interessanti. Li ho incontrati a Teheran e nelle grandi metropoli come Shiraz, Mashad e Isfahan. Ma anche nelle piccole città del Paese, spostandomi dal Kurdistan, confinante con l’Iraq, al Mar Caspio fino alle zone confinanti con il Turkmenistan, nell’area desertica a sud.

Uomini, ovviamente, senza la possibilità di contattare donne omosessuali per il divieto assoluto di interagire con loro, cosa che avrebbe nel caso aumentato le difficoltà logistiche e gli stessi rischi per uno straniero ufficialmente in vacanza in Iran.

Per comprendere meglio il contesto iraniano, ho cercato di approfondire gli aspetti giuridici, storici e antropologici, ricorrendo a quanto reperibile on line e alla scarsa bibliografia sulla questione omosessuale in Iran. La constatazione che vi è poca testimonianza di quanto accade lì mi ha sollecitato a scrivere: per far emergere aspetti sommersi, per dare voce a coloro che vivono nel silenzio, per contribuire a meglio fotografare un contesto lontano ma oggi più vicino, per dare evidenza di come la comunità omosessuale, pur nella repressione, riesca a trovare grandi opportunità di espressione e incontro.
Questo l'indice:

Introduzione

1. Gli omosessuali non esistono in Iran

2. Oltre i confini del web iraniano

3. Criminal gay

4. Io, gay iraniano

5. Nel sottobosco omosessuale di Teheran

6. Errando per l'Iran nascosto

7. Disagio in famiglia, la famiglia in disagio

8. Trans-Iran

9. Asylum

Oltre a riportare le mie osservazioni acquisite nei luoghi di incontro e i racconti e le testimonianze delle tante persone conosciute, ho cercato di contestualizzare la realtà omosessuale in Iran attraverso un lavoro di documentazione sugli aspetti legislativi e antropologici, alcuni dati statistici riguardo le esecuzioni capitali e gli arresti a danno dei gay e le reazioni internazionali.

Ho scelto di narrare in prima persona l’esplorazione della realtà gay, cercando di far calare il più possibile il lettore nella mia personale esperienza.

Non è un lavoro ultimato in quanto ancora in revisione.

Spero, pertanto, che voglia considerare quanto sopra e, nel caso, avere io modo di approfondire il lavoro svolto. Grazie infinitamente e spero di avere un positivo riscontro a questa richiesta.

Mercoledì 11 maggio 2016 11:43:49

Segnalo che i parlamentari non hanno l'immunità per le cose dette fuori del Parlamento se, le stesse cose, non le hanno già dette in Parlamento.
Massimo carli, già professore ordinario di istituzioni di diritto pubblico nell'Università di Firenze

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