Mark Rothko

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Biografia

Mark Rothko nasce il 25 settembre 1903 a Dvinsk, città dell'Impero russo che oggi corrisponde a Daugavpils, in Lettonia, con il nome di Markus Yakovlevich Rothkowitz.

È il quarto figlio di una famiglia ebrea ashkenazita di cultura colta e osservante: il padre Jacob è farmacista, la madre Anna è una donna di forte carattere che imprime nel bambino un senso profondo della tradizione e dell'identità ebraica.

Tra tutti i fratelli, Markus è il solo a frequentare una scuola talmudica per bambini, imparando l'ebraico e immergendosi fin da piccolo nelle scritture sacre e nel pensiero rabbinico, un seme spirituale che germoglierà decenni dopo nelle sue tele più oscure e assolute.

Nel 1910, quando Markus ha sette anni, il padre Jacob emigra per primo negli Stati Uniti, come molti ebrei europei di quell'epoca in fuga dalle persecuzioni e dalla povertà del vecchio continente.

La famiglia lo raggiunge tre anni dopo, nel 1913, e si stabilisce a Portland, nell'Oregon, dove Markus cresce in un ambiente di immigrati, impara l'inglese con sorprendente rapidità e mostra fin dall'adolescenza un'intelligenza viva e una spiccata inclinazione per le lettere, la filosofia e la musica.

A soli dieci anni perde il padre, stroncato da una malattia poco dopo il ricongiungimento familiare: un lutto che segna profondamente la sua psicologia e lascia la famiglia in difficoltà economiche, costruendo nei fondamenta dell'uomo adulto una frattura irrisanabile tra il desiderio di bellezza e il senso della perdita.

Mark Rothko

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Gli anni di Yale e l'approdo a New York

Tra il 1921 e il 1923 Rothko frequenta l'Università di Yale, una delle istituzioni più prestigiose degli Stati Uniti, grazie a una borsa di studio.

A Yale studia con passione letteratura, filosofia, storia e musica, ma l'ambiente universitario gli appare elitario, conformista e asfissiante: il giovane lettone nato nell'impero zarista non si riconosce nell'aristocrazia intellettuale yankee che lo circonda, e matura una critica sempre più radicale nei confronti delle convenzioni accademiche.

Nel 1923 lascia Yale senza laurearsi e si trasferisce a New York, la città che diventerà il teatro della sua intera esistenza artistica.

A New York scopre quasi per caso il mondo dell'arte: visita uno studio dove degli amici posano per un pittore, rimane folgorato dall'atmosfera creativa che vi respira e decide in pochi giorni che quella è la sua strada.

Nel 1925 si iscrive alla Art Students League, la scuola d'arte più libera e antiaccademica di New York, dove studia con il pittore russo-americano Max Weber, esponente del modernismo europeo che introduce Rothko alle correnti dell'espressionismo tedesco, al cubismo e alla tradizione iconografica ebraica.

L'amicizia con Weber è fondamentale per la formazione del giovane artista, che comincia a capire che la pittura può essere qualcosa di più della rappresentazione del visibile: può essere il linguaggio diretto dell'anima.

La fase figurativa e l'incontro con il Surrealismo

Negli anni Venti e Trenta Rothko costruisce lentamente la propria identità artistica attraverso una fase figurativa che spazia dagli interni urbani malinconici alle figure umane stilizzate, dall'esplorazione del mito greco alle suggestioni del surrealismo europeo.

Nel 1928 espone per la prima volta alla Opportunity Gallery di New York, presentando opere su cui figurano cupi interni e scene urbane: la critica e i colleghi reagiscono in modo favorevole, e Rothko comincia a credere che il proprio percorso artistico abbia basi solide.

Nel 1929 inizia a insegnare arte ai bambini alla Brooklyn Jewish Center Academy, un'attività che porta avanti per decenni e che ama profondamente: lavora con i bambini perché, dice, sanno disegnare il mondo come lo sentono, non come lo vedono, e in questa capacità riconosce qualcosa di affine alla propria ambizione pittorica.

Nel 1932 sposa Edith Sachar, designer di gioielli, con cui vive una relazione tormentata destinata a concludersi nel 1943.

Negli anni Trenta l'amicizia con Milton Avery, pittore americano di rara sensibilità cromatica, è determinante: Avery lo convince che fare il pittore è una vocazione legittima e praticabile, e lo introduce a una concezione del colore come elemento autonomo ed espressivo che anticipa la grande svolta della maturità.

Nel 1935 co-fonda il gruppo The Ten, un collettivo di pittori espressionisti americani di origine ebraica che si oppone all'egemonia del regionalismo americano e della pittura sociale, rivendicando il diritto all'astrazione e all'esperienza interiore come materia legittima dell'arte.

Mark Rothko

Il mito, il Surrealismo e la svolta verso l'astrazione

Nel corso degli anni Quaranta Rothko attraversa una fase intensa di ricerca e sperimentazione che lo porta ad abbandonare definitivamente la figurazione per approdare a un linguaggio radicalmente astratto.

Questa metamorfosi non avviene per imitazione delle tendenze del momento, ma per una necessità interiore profonda: Rothko è convinto che la pittura figurativa non possa più parlare dell'esperienza umana dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale e dell'Olocausto, che devastano il mondo e sconvolgono la sua identità di uomo ebreo.

Nella prima metà del decennio si avvicina al Surrealismo e in particolare alla dimensione mitica e archetipica che alcuni surrealisti esplorano: dipinge composizioni ibride popolate di figure primordiali, forme biologiche indeterminate, presenze che sembrano uscite dal fondo del tempo.

Queste opere, che vengono oggi raggruppate sotto l'etichetta di «multiform», mostrano un pittore in cammino verso qualcosa che ancora non ha forma ma che già si avverte nella tensione interna delle tele: una pulsione verso l'essenziale, verso la riduzione del visibile al solo colore e alla luce.

Nel 1945 si separa dalla prima moglie e sposa Mary Alice Beistle, detta Mell, una giovane illustratrice che lo venera profondamente: da questa unione nascono due figli, Kate nel 1950 e Christopher nel 1963.

Nel 1947 e nel 1949 pubblica sulla rivista «Tiger's Eye» due saggi fondamentali per capire la sua poetica, in cui dichiara che l'arte non deve essere né l'espressione del proprio ego né la rappresentazione della realtà esterna, ma la comunicazione di esperienze umane fondamentali: la tragedia, l'estasi, il destino.

La grande stagione delle campiture di colore

Alla fine degli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta Rothko approda allo stile per cui è universalmente riconosciuto e ammirato.

Le tele si svuotano di ogni elemento figurativo, di ogni simbolo o narrazione riconoscibile, e si riempiono di due o tre campiture rettangolari dai bordi sfumati e vibranti, sovrapposte verticalmente su fondi di colore che sembrano pulsare di vita propria.

Non si tratta, come sostenevano alcuni critici dell'epoca, di pura astrazione formale o di decorazione sofisticata: Rothko rifiuta con irritazione questa interpretazione riduttiva e ribadisce in ogni occasione che i suoi quadri parlano di emozioni reali, di esperienze umane al limite del sopportabile.

Le dimensioni monumentali dei dipinti non sono casuali: Rothko vuole che lo spettatore non osservi il quadro da lontano come si guarda un paesaggio attraverso una finestra, ma che venga letteralmente avvolto dal colore, che si trovi dentro il dipinto, che la tela smetta di essere un oggetto e diventi un ambiente.

Chiede che le sue opere vengano esposte a un'altezza ravvicinata, con una luce soffusa e calda, e che gli spettatori possano stare soli con loro: detesta le grandi mostre rumorose dove i quadri diventano oggetti di consumo visivo, e preferisce che il suo lavoro venga incontrato in silenzio, come si entra in una stanza sacra.

La tecnica pittorica è elaboratissima nonostante l'apparente semplicità: Rothko stende la pittura con pennellate liquide e velate, a volte con le mani direttamente sulla tela, in strati sovrapposti che creano una profondità interna al colore, una qualità luminosa e quasi trasparente che sfida ogni descrizione e che si percepisce solo stando fisicamente davanti all'opera originale.

Il critico Clement Greenberg lo inserisce nel movimento della Color Field Painting, la pittura a campi di colore, insieme ad artisti come Barnett Newman e Clyfford Still, ma Rothko non si riconosce in nessuna etichetta e prende con fastidio ogni tentativo di classificare la sua arte in categorie formali o stilistiche.

Il viaggio in Europa e l'incontro con il Beato Angelico

Nel 1950 Rothko intraprende un primo importante viaggio in Europa, visitando musei e luoghi d'arte in diversi paesi del vecchio continente.

La tappa che lo colpisce più profondamente è a Firenze, nel convento di San Marco, dove si trova di fronte agli affreschi del Beato Angelico: rimane immobile a lungo davanti alle Annunciazioni e alle Madonne di Fra Giovanni, e confessa in seguito che quella è la prima volta che comprende in modo viscerale che cos'è l'arte sacra.

Non l'arte che rappresenta il sacro, ma l'arte che lo è: che non descrive l'esperienza spirituale ma la produce nell'osservatore, che trasforma la contemplazione in qualcosa di simile alla preghiera.

Questa rivelazione fiorentina è uno dei momenti formativi della sua maturità e spiega in parte perché i suoi lavori più riusciti abbiano sempre suscitato nelle persone reazioni di intensa commozione, di lacrime improvvise, di silenzio assorto: Rothko ha imparato dal frate domenicano del Quattrocento che il colore può aprire una porta verso qualcosa che le parole non riescono a nominare.

Nel successivo viaggio in Europa del 1958 si ferma anche a Roma e in Sicilia, e rimane colpito dai mosaici paleocristiani di Torcello, vicino Venezia, che studia come esempi di come la luce e il colore puro possano creare uno spazio spirituale potente senza ricorrere alla narrazione.

Si appassiona anche alla pittura di William Turner, che scopre in una mostra al MoMA di New York, riconoscendo nel pittore inglese dell'Ottocento un predecessore nella ricerca della pura atmosfera luminosa come soggetto dell'arte.

I Seagram Murals e il grande rifiuto

Nel 1958 arriva la commissione più importante e remunerativa della sua carriera fino a quel momento: Ludwig Mies van der Rohe, il grande architetto del Modernismo, e la direzione dell'Hotel Four Seasons gli chiedono di dipingere un ciclo di grandi tele per il lussuoso ristorante situato nel Seagram Building di Park Avenue a New York, uno degli edifici più eleganti della Manhattan di quegli anni.

Rothko accetta la commissione con entusiasmo e si mette al lavoro con dedizione ossessiva per oltre un anno, dipingendo decine di grandi tele caratterizzate da campiture scure di bordò, rosso cupo, marrone e seppia, con forme rettangolari che evocano porte e finestre murate, soglie verso spazi che non si possono attraversare.

Ma una sera, mentre studia le proprie opere immaginandole come sfondo alla sala da pranzo più esclusiva di New York, Rothko ha un momento di illuminazione che si rovescia in disgusto: capisce che non può sopportare l'idea che i suoi dipinti decorino l'ambiente dove i ricchi di Manhattan consumano i loro pasti mondani.

A questo proposito racconta a un amico scrittore, incontrato sulla nave che lo porta in Europa, di voler dipingere qualcosa che avrebbe tolto l'appetito a chiunque avesse mangiato in quella sala, e che se il ristorante si fosse rifiutato di appendere quei quadri, sarebbe stato per lui il più grande dei complimenti.

Quando, nel 1958, Rothko e la moglie vengono invitati a cena al Four Seasons per la prima volta, la situazione precipita: l'artista guarda intorno a sé i commensali impeccabilmente vestiti, i camerieri in livrea, l'opulenza esibita, e decide di ritirare l'intera serie, restituendo la parcella che gli era già stata pagata.

Quel gesto clamoroso, immediatamente amplificato dalla stampa internazionale, diventa uno dei momenti iconici della storia dell'arte del Novecento: Rothko rifiuta di vendere la propria anima al lusso commerciale e sceglie invece di donare nove dei Seagram Murals alla Tate Modern Gallery di Londra, dove ancora oggi costituiscono la Rothko Room, una delle sale più visitate e amate del museo britannico.

La Cappella di Houston: il capolavoro

Tra il 1964 e il 1967 Rothko lavora alla commissione più impegnativa e spiritualmente carica della propria carriera: quattordici grandi tele per una cappella interconfessionale a Houston, in Texas, commissionata dai mecenati John e Dominique de Menil.

La cappella, che prende poi il nome di Rothko Chapel, è un edificio ottagonale iscritto in una croce greca, progettato appositamente per ospitare le opere dell'artista e concepito come luogo di preghiera, meditazione e incontro per persone di qualsiasi fede e cultura.

Rothko Chapel

Rothko Chapel

Le quattordici tele che Rothko dipinge per questa cappella sono, all'apparenza, quasi totalmente nere: grandi monoliti di pittura scurissima che all'occhio superficiale potrebbero sembrare monocromi piatti e privi di vita.

Ma chi si ferma abbastanza a lungo davanti a questi dipinti, in quella luce soffusa e quella quiete raccolta, comincia a percepire la superficie che respira: nei neri di Rothko ci sono porpora e verde bottiglia, blu notte e grigio lavagna, strati di colore che si svelano lentamente come l'occhio si adatta al buio, rivelando una profondità e una complessità cromatica che nessuna riproduzione fotografica riesce a restituire.

La Cappella Rothko viene inaugurata a Houston nel 1971, un anno dopo la morte dell'artista, e diventa rapidamente un luogo di pellegrinaggio laico e spirituale: vi si tengono cerimonie religiose di diverse tradizioni, meditazioni, convegni per i diritti umani, momenti di raccoglimento individuale.

Martin Luther King viene commemorato nella cappella, e il Premio Rothko per la Pace viene assegnato periodicamente a persone e organizzazioni che si distinguono nella lotta per la dignità umana.

La Cappella rimane, a più di mezzo secolo dalla sua creazione, l'opera più compiuta e più radicale di Rothko: il luogo dove il suo pensiero sull'arte come esperienza spirituale trova la realizzazione più assoluta e irreversibile.

La fase finale: il buio dei Black and Grey

Tra il 1967 e il 1969, nell'ultimo periodo della vita, Rothko dà vita ai Black and Grey Paintings, una serie di acrilici su carta e su tela caratterizzati dall'uso quasi esclusivo del grigio e del nero in campiture sovrapposte, con bordi sfumati che sembrano dissolversi nel niente.

Nel 1968 Rothko subisce un aneurisma dell'aorta che lo costringe a un lungo periodo di inattività forzata e lo priva del piacere fisico del lavoro in studio, dove amava dipingere in piedi, con la musica classica a tutto volume e un bicchiere di scotch in mano.

I medici gli proibiscono di lavorare in grande formato, e Rothko risponde lavorando su fogli di carta di dimensioni ridotte, producendo centinaia di opere in un periodo di intensa solitudine creativa.

La separazione dalla moglie Mell nel 1969, dopo anni di matrimonio sempre più conflittuale, aggravata dall'alcolismo e dalla depressione che lo tormentano da tempo, lo consegna a una solitudine assoluta: si trasferisce da solo nel suo studio sulla 69ª Strada Est di New York, e lì vive e lavora gli ultimi mesi della sua vita, circondato soltanto dalla propria arte e da qualche raro visitatore.

I critici e gli interpreti hanno a lungo dibattuto se i Black and Grey siano la trascrizione pittorica della sua depressione o un'ulteriore evoluzione stilistica e spirituale del suo linguaggio: Rothko stesso aveva dichiarato in un'intervista che queste opere avrebbero dovuto suscitare gioia, non tristezza, e che il grigio per lui non era il colore del lutto ma della luce trattenuta, di qualcosa che vuole emergere e non ancora riesce.

La morte e lo scandalo dell'eredità

Il 25 febbraio 1970, all'alba, il giovane assistente Oliver Steindecker trova il corpo di Mark Rothko disteso sul pavimento del bagno del suo studio: l'artista si è tolto la vita nella notte, a sessantasei anni, recidendosi le vene dei polsi dopo aver ingerito una forte dose di barbiturici.

Non lascia nessun biglietto.

Pochi mesi prima, durante l'ultima festa a cui aveva partecipato, aveva detto alla critica d'arte Katharine Kuh che tutti starebbero meglio se lui uscisse dalle loro vite: quelle parole, rilette alla luce del suicidio, raccontano di un uomo che si era convinto di essere un peso per chi amava, e che aveva frainteso profondamente la propria presenza nel mondo.

Sei mesi dopo il suicidio del marito, Mary Alice Beistle muore di infarto a soli 48 anni, lasciando orfani la figlia Kate, appena diciannovenne, e il piccolo Christopher, di sette anni, che si trasferiscono dalla zia materna in Ohio.

Al funerale di Rothko era presente tutto il gotha del mondo dell'arte americano, tanto che qualcuno lo definì «il miglior vernissage della stagione»: un'ironia amara che dice tutto del divario tra la gloria postuma e la solitudine della vita.

Ma la storia di Rothko non finisce con la sua morte: dopo la scomparsa dell'artista si dischiude uno degli scandali più clamorosi nella storia del mercato dell'arte internazionale.

I tre esecutori testamentari nominati da Rothko nel proprio testamento, Bernard Reis (consulente finanziario e direttore della galleria Marlborough), Theodoros Stamos (un pittore amico dell'artista) e Morton Levine (un professore di antropologia), stringono in poche settimane un accordo con la potente galleria Marlborough Fine Art, guidata dal mercante Frank Lloyd, cedendo l'intera eredità di 798 dipinti a prezzi drammaticamente inferiori al loro valore di mercato reale.

In un caso documentato in tribunale, 100 dipinti vengono venduti alla Marlborough per una media di 18.000 dollari ciascuno, mentre il loro valore di mercato si aggirava tra i 40.000 e i 60.000 dollari per opera.

Kate Rothko, che all'epoca aveva vent'anni, avvia una battaglia legale titanica che dura anni, sostenuta dalla determinazione di onorare la memoria del padre e di proteggere il patrimonio che lui aveva sempre sperato potesse garantire il futuro dei figli.

Nel 1975 la Corte d'Appello di New York condanna gli esecutori testamentari per gestione fraudolenta dell'eredità, definendo la loro condotta «palesemente illecita e scioccante»: viene così avviato un processo che termina con la restituzione a Kate e Christopher di 658 dipinti invenduti e il pagamento di un risarcimento di 9 milioni di dollari.

Frank Lloyd, il capo della galleria Marlborough, latita per anni per sfuggire alle ulteriori accuse di ostruzione alla giustizia, prima di costituirsi nel 1982: la sua pena risulterà ai più scandalosamente mite rispetto alla gravità dei reati commessi.

Questo caso è rimasto nella storia del diritto e del mercato dell'arte come il cautionary tale per eccellenza sui conflitti di interesse nel mondo delle gallerie: ne è stato scritto un libro di inchiesta, «The Legacy of Mark Rothko» di Lee Seldes, e la sua eco ha risuonato in tutti i dibattiti successivi sull'etica del mercato dell'arte.

L'eredità artistica e i prezzi record

Oggi i dipinti di Mark Rothko figurano tra le opere d'arte più costose al mondo e sono presenti nelle collezioni permanenti dei maggiori musei del pianeta, dal MoMA di New York alla Tate Modern di Londra, dal National Gallery of Art di Washington al Museum of Fine Arts di Houston.

Le sue tele continuano a suscitare nelle persone reazioni di straordinaria intensità emotiva: si documentano spettatori che piangono di fronte alle grandi campiture di rosso, visitatori che restano in silenzio per lunghi minuti, lettere scritte ai musei da persone che descrivono l'incontro con i suoi quadri come un'esperienza di trasformazione personale.

Lo stesso Rothko diceva che se i suoi dipinti facevano piangere le persone, esse stavano vivendo la stessa esperienza religiosa che lui aveva avuto mentre li dipingeva.

Nel 1961 il MoMA di New York gli dedica una grande retrospettiva che consacra definitivamente la sua statura di maestro assoluto dell'arte contemporanea, e da allora le mostre dedicate alla sua opera si moltiplicano in tutto il mondo, dalla Fondazione Louis Vuitton di Parigi al Centre Pompidou, dalle gallerie europee alle istituzioni giapponesi.

La Rothko Chapel di Houston è ancora oggi un luogo di culto laico e spirituale aperto a persone di ogni fede e cultura, e il Premio Rothko per la Pace viene assegnato periodicamente come riconoscimento internazionale per l'impegno nella tutela dei diritti umani.

Lo stile pittorico e la filosofia dell'arte

La poetica di Rothko si fonda su alcune convinzioni filosofiche e spirituali profonde che attraversano tutta la sua produzione e che lui stesso ha articolato in numerosi scritti, lettere e interviste.

Il colore, per Rothko, non è mai un elemento formale o decorativo: è un linguaggio capace di comunicare direttamente con le emozioni più profonde dello spettatore, scavalcando l'intelletto e la cultura visiva acquisita.

Nei suoi dipinti della maturità il colore non copre la tela: la abita, la attraversa, emerge da essa come una presenza quasi fisica che si percepisce anche con il corpo prima ancora che con gli occhi.

Rothko applica la pittura in strati sottilissimi e sovrapposti, a volte con pennelli larghi e morbidi, a volte con le mani, creando una superficie che ha una qualità respiratoria, un battito interno che nessuna riproduzione fotografica riesce a catturare e che rende indispensabile l'incontro diretto con i suoi originali.

La dimensione monumentale delle tele non è una scelta estetica ma una scelta relazionale: Rothko vuole che il dipinto non sia qualcosa da guardare, ma qualcosa dentro cui entrare, un campo di forza che avvolge e trasforma chi vi si immerge.

La sua grande fonte di ispirazione in questa direzione è Michelangelo: Rothko dichiara esplicitamente di essersi ispirato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze per la capacità di far sentire il visitatore racchiuso in uno spazio claustrofobico ma potente, dove tutte le uscite sembrano murate e l'unica via è l'esperienza interiore.

Rifiuta con forza le etichette di «pittore astratto» o di «minimalista»: per lui i suoi dipinti non sono astratti perché parlano di cose concretissime, di tragedia e di estasi, di solitudine e di comunione, di morte e di trascendenza.

Vita privata: i matrimoni, i figli e gli amici

La vita personale di Rothko è costellata di contraddizioni vivissime tra la grandezza della visione artistica e la fatica dell'esistenza quotidiana.

Il primo matrimonio con Edith Sachar, sposata nel 1932, è segnato da continui litigi e dalla difficoltà di conciliare la vocazione artistica con le ristrettezze economiche: i guadagni di Rothko sono irregolari e insufficienti per anni, e la famiglia che la moglie vorrebbe costruire non riesce a prendere forma.

Il divorzio arriva nel 1943, e nel 1944 Rothko sposa Mary Alice «Mell» Beistle, una giovanissima illustratrice che lo venera in modo assoluto e che per anni mette la propria vita e la propria carriera al servizio di quella del marito.

Da questo secondo matrimonio nascono la figlia Kate nel 1950 e il figlio Christopher nel 1963: un arco di tredici anni tra i due figli che racconta qualcosa delle tensioni interne alla coppia, che oscillava tra momenti di intensa complicità e periodi di conflitto aperto.

Rothko beve molto, soprattutto nella fase matura della vita, ed è soggetto a stati depressivi ciclici che lo isolano dal mondo e dagli affetti, rendendolo difficile da avvicinare e talvolta intollerante verso le persone che lo circondano.

Nel 1969 la moglie Mell lo lascia, dopo anni di convivenza sempre più difficile: Rothko si trasferisce da solo nel suo studio e vi trascorre gli ultimi mesi della vita tra la pittura e la solitudine, ascoltando Mozart e leggendo Shakespeare, come racconta lo scrittore Bernard Malamud che lo visita in quello stesso periodo.

La figlia Kate, che all'epoca ha diciannove anni, eredita la responsabilità di accudire il fratellino Christopher dopo la morte di entrambi i genitori nel giro di sei mesi, e diventa poi la custode più tenace e coraggiosa della memoria e dell'opera del padre, battendosi per anni nei tribunali per difendere il suo patrimonio dalle speculazioni dei mercanti d'arte.

Il figlio Christopher Rothko pubblica nel 2015 il libro «Mark Rothko: From the Inside Out», un'opera importante che contribuisce a restituire la complessità e l'umanità del padre al di là della mitologia che si è costruita intorno alla sua figura.

Curiosità su Mark Rothko

Nonostante la fama universale, Rothko cambia ufficialmente il proprio nome da Markus Rothkowitz in Mark Rothko solo nel 1940, a trentasette anni, nell'ambito di una naturalizzazione più profonda nella cultura americana, ma anche come atto simbolico di rottura con il passato europeo.

Parla russo, yiddish e inglese, e da adulto mantiene una conoscenza dell'ebraico che risale agli studi talmudici dell'infanzia: questa pluralità linguistica e culturale è specchio di un'identità sempre sospesa tra mondi diversi, senza un'appartenenza definitiva.

Quando lavora in studio ascolta musica classica a volume altissimo, preferendo Mozart e Schubert, e beve Scotch: lo studio è un universo chiuso e rituale, che chiunque può visitare solo su suo esplicito invito.

Ama il cinema e la letteratura quanto la pittura, e trascorre molto del proprio tempo a leggere Nietzsche, Kierkegaard, Shakespeare e i tragici greci: nella sua visione dell'arte come espressione della tragedia umana si sente l'eco di questi riferimenti profondi.

Insegna arte ai bambini per quasi trent'anni, e questa esperienza lo convince che la pittura pura, quella che non deve giustificarsi con una storia o un significato esterno, è la forma più autentica di espressione umana perché i bambini la capiscono senza bisogno di spiegazioni.

In vacanza in Sicilia con la famiglia, un gruppo di ragazzi scopre che suo padre è pittore e chiede alla figlia Kate che cosa dipinge: lei risponde che dipinge rettangoli, e i ragazzi scoppiano a ridere increduli, come se quella fosse la risposta più assurda che potessero ricevere.

In occasione del centesimo anniversario della nascita di Rothko, nel 2003, la famiglia decide di finanziare il restauro della sinagoga Kaddish di Daugavpils, la città natale in Lettonia: i lavori durano tre anni e la cerimonia di riapertura, nel 2006, avviene alla presenza del Presidente della Repubblica lettone.

La rivista Fortune nel dicembre 1955 considera le opere di Rothko un investimento sicuro: pochi anni prima il direttore del MoMA Alfred Barr aveva acquistato un suo quadro per il museo nonostante le resistenze del consiglio d'amministrazione, un gesto che racconta meglio di mille critiche quanto il suo lavoro fosse percepito come scomodo e radicale anche nell'ambiente che lo celebrava.

La commedia Red di John Logan, che mette in scena il rapporto tra Rothko e un suo giovane assistente durante il periodo dei Seagram Murals, vince il Premio Tony come miglior opera teatrale di Broadway nel 2010: è la testimonianza di quanto la figura di Rothko abbia continuato a esercitare una potente attrazione sull'immaginario culturale americano e mondiale ben oltre la sua morte.

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Scrittore inglese
α 1 gennaio 1879
ω 7 giugno 1970
Erich Maria Remarque

Erich Maria Remarque

Scrittore tedesco
α 22 giugno 1898
ω 25 settembre 1970
Gamal Abd el Nasser

Gamal Abd el Nasser

Militare e politico, 2° Presidente della Repubblica egiziana
α 15 gennaio 1918
ω 28 settembre 1970
Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

Poeta italiano
α 8 febbraio 1888
ω 1 giugno 1970
Janis Joplin

Janis Joplin

Cantante statunitense
α 19 gennaio 1943
ω 4 ottobre 1970
Jean Giono

Jean Giono

Scrittore francese
α 30 marzo 1895
ω 9 ottobre 1970
Jimi Hendrix

Jimi Hendrix

Chitarrista statunitense
α 27 novembre 1942
ω 18 settembre 1970
Maria Yudina

Maria Yudina

Pianista russa
α 9 settembre 1899
ω 19 novembre 1970
Mauro De Mauro

Mauro De Mauro

Giornalista italiano, rapito da Cosa Nostra e mai più ritrovato
α 6 settembre 1921
ω 16 settembre 1970
Max Born

Max Born

Fisico polacco, premio Nobel
α 11 dicembre 1882
ω 5 gennaio 1970