Biografie

Camillo Sbarbaro

Camillo Sbarbaro
Camillo Sbarbaro nelle opere letterarie

Biografia Poesia della riviera

Camillo Sbarbaro nasce a Santa Margherita Ligure (Genova) il 12 gennaio 1888, esattamente al numero 4 di Via Roma, in pieno centro cittadino. Poeta di discendenza crepuscolare e leopardiana, scrittore, ha legato il suo nome e la sua fama letteraria alla Liguria, terra di nascita e di morte, oltre che d'elezione per non pochi componimenti di rilievo. Deve probabilmente la sua fortuna letteraria all'opera del poeta Eugenio Montale, suo grande estimatore, come testimonia la dedica proprio a Sbarbaro nell'epigramma d'apertura (II, per la precisione) della sua più celebre opera, "Ossi di seppia". È stato anche apprezzato traduttore ed erborista di fama internazionale.

A fare da seconda madre al piccolo Camillo, alla morte per tubercolosi di Angiolina Bacigalupo, è sua sorella, la zia Maria, detta Benedetta, la quale dal 1893 si prende cura del futuro poeta e della sua sorella minore Clelia. Quando perde la madre, pertanto, Camillo ha appena cinque anni e, come si vede in molti componimenti della maturità, pone suo padre a vero e proprio modello di vita. Ex militante, Carlo Sbarbaro è un noto ingegnere e architetto, oltre che un uomo di lettere e dalla finissima sensibilità. A lui è dedicato "Pianissimo", forse la raccolta poetica più bella del poeta, uscita nel 1914.

Ad ogni modo, l'anno dopo la morte della madre, dopo un brevissimo soggiorno a Voze, nel 1895 la famiglia si trasferisce a Varazze, sempre in Liguria. Qui il giovane Camillo inizia e completa gli studi, finendo il Ginnasio nell'istituto dei Salesiani. Nel 1904 si trasferisce a Savona, al liceo Gabriello Chiabrera, dove conosce lo scrittore Remigio Zena. Questi nota la bravura del collega e lo incoraggia a scrivere, al pari del suo insegnante di filosofia, il professor Adelchi Baratono, uomo di fama accademica e verso cui Sbarbaro non lesinerà i complimenti.

Si diploma nel 1908 e due anni dopo, lavora in un'industria siderurgica di Savona. L'anno dopo, nel 1911, arriva l'esordio nella poesia, con la raccolta "Resine", e, contemporaneamente, il trasferimento nel capoluogo ligure. L'opera non gode di grossa fortuna, e la conoscono soltanto alcune persone vicine al poeta. Tuttavia, com'è stato scritto, anche in questa silloge della giovinezza - Camillo Sbarbaro è poco più che un ventenne - emerge chiaramente il tema dell'estraniazione dell'uomo, tanto dall'ambiente che lo circonda, dalla società, quanto da se stesso.

L'evoluzione di questa poetica è tutta in "Pianissimo", pubblicata per un editore di Firenze nel 1914. Qui il motivo diventa ineffabile, rasenta la mancanza di contatto con la realtà, e il poeta si chiede se esiste davvero egli stesso "in quanto poeta", in quanto "lettore di versi". L'oblio, diventa il tema ricorrente della sua poesia.

Grazie all'opera, viene chiamato a scrivere sulle riviste letteraria d'avanguardia, come "La Voce", "Quartiere latino" e "La riviera ligure". In questo periodo si reca a Firenze, sede della "Voce", dove conosce Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Dino Campana, Ottone Rosai e altri artisti e letterati che collaborano con la rivista. La raccolta ottiene grande consenso, ed è apprezzata dai critici Boine e Cecchi.

Allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale, Sbarbaro si arruola come volontario nella Croce Rossa Italiana. Nel 1917 viene richiamato in guerra e a luglio parte per il fronte. Rientrato dal conflitto, scrive le prose di "Trucioli", nel 1920, e otto anni dopo, quasi una continuazione ma molto più frammentata, "Liquidazione". Evidente, in questi lavori, una ricerca che vuole unire lirica e narrativa.

E' in questo periodo che Eugenio Montale nota la sua opera, in una recensione di "Trucioli" che compare su "L'Azione di Genova", nel novembre del 1920. Nasce un'amicizia sincera, nella quale è Montale ad invogliare Sbarbaro nella scrittura, facendogli prendere coscienza della propria capacità letteraria. Non solo, Montale con tutta probabilità trae grande ispirazione da "Trucioli" e dalla poetica del collega, se si considera che la prima stesura di "Ossi di seppia", datata 1923, ha come titolo provvisorio "Rottami": un chiaro richiamo ai trucioli e ai temi espressi dal poeta e scrittore ligure. In "Caffè a Rapallo" ed "Epigramma", Montale gli tributa il dovuto, infatti, chiamandolo in causa direttamente per nome, nel primo caso, e per cognome, nel secondo.

È di questi anni, per Sbarbaro, la collaborazione con La Gazzetta di Genova. Ma, anche, l'incontro con le osterie, con il vino, il quale mina lo stato d'animo del poeta, il quale si chiude sempre di più in se stesso. Intanto comincia ad insegnare greco e latino a scuola e, contemporaneamente, inizia a non vedere di buon occhio il movimento fascista, il quale in questo decennio "preparatorio" fa breccia nelle coscienze nazionali. L'adesione al Partito Nazionale Fascista, pertanto, non avviene mai. E Sbarbaro, di lì a poco, deve rinunciare al suo posto da insegnante presso i Gesuiti genovesi. Inoltre, con l'avvento del Duce, la censura inizia a dettar legge e il poeta vede bloccata una sua opera, "Calcomania", episodio che segna quasi sicuramente l'inizio del suo silenzio, che viene rotto solo nel dopoguerra.

Ad ogni modo, durante il Ventennio continua ad impartire lezioni gratuite di lingue antiche ai giovani studenti. Ma, soprattutto, anche a causa delle intimidazioni intellettuali del Regime, comincia a dedicarsi alla botanica, altro suo grande amore. La passione e lo studio per i licheni diventano fondamentali e lo accompagnano per tutto il resto della sua vita.

Nel 1951 Camillo Sbarbaro si ritira con sua sorella a Spotorno, luogo nella cui modesta abitazione ha già abitato a fasi alterne, perlopiù dal 1941 al 1945. Qui riprende le pubblicazioni, con l'opera "Rimanenze", dedicata alla zia Benedetta. Si tratta di una riscrittura, quando non proprio di una ripresa di un modo di poetare anche antecedente a "Pianissimo", molto accurato e, al contempo, ineffabile. È probabile, pertanto, che gran parte del corpus risalga proprio agli anni dell'opera dedicata al padre.

Scrive anche diverse altre prose, come "Fuochi fatui", del 1956, "Scampoli", del 1960, "Gocce" e "Contagocce", rispettivamente del 1963 e del 1965, e "Cartoline in franchigia", datata 1966 e basata sulle rievocazioni belliche.

E' soprattutto alle traduzioni che si dedica Sbarbaro in questo ultimo periodo della sua vita. Traduce i classici greci: Sofocle, Euripide, Eschilo, oltre agli autori francesi Flaubert, Stendhal, Balzac, inoltre procurandosi i testi con grandi difficoltà materiali. Riprende le sue lezioni botaniche con studiosi di tutto il mondo, i quali successivamente alla morte del poeta, ne riconosceranno la grande perizia. Soprattutto, a testimonianza del suo unico, grande amore, scrive poesie dedicate alla sua terra, la Liguria.

A causa delle sue condizioni di salute, Camillo Sbarbaro muore all'Ospedale San Paolo di Savona, il 31 ottobre 1967, all'età di 79 anni.

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